Consegnate 30mila firme al ministero della Salute per curare la Covid a domicilio

“Voi avete dimostrato che si può, con una terapia domiciliare fatta bene, evitare che la gente finisca in terapia intensiva”. Così Giorgia Meloni, intervenendo a un presidio per le cure domiciliari contro il covid,  di fronte al ministero della Salute. Da parte del ministero non c’è disponibilità al confronto, ma c’è un blocco ideologico a non parlare delle cure domiciliari”.

“Il Pnrr prevede le case della salute, delle terapie domiciliari – ricorda la leader di Fdi – ma non si è parlato più di questa cosa, anche il Senato all’unanimità ha votato una mozione per chiedere al governo le terapie domiciliari, per avanzare un protocollo serio. E’ scandaloso”. “A settembre e ottobre rischiamo di avere un nuovo problema, con la ripartenza della scuola, con i mezzi di trasporto, la situazione peggiorerà”, avverte Meloni: “La campagna vaccinale non risolve da sola il problema, con le terapie domiciliari possiamo arginare le ospedalizzazioni”.

Fin dall’inizio della pandemia diversi medici hanno proposto protocolli alternativi rispetto a quelli approvati dalle autorità per curare la Covid, in particolare dal Comitato cure domiciliari, un gruppo di medici e dottori italiani fondato tra marzo e aprile 2020 dall’avvocato Erich Grimaldi.

La tesi principale promossa dal gruppo sostiene che l’uso domestico di vari farmaci – dalla contestata idrossiclorochina alla vitamina D – darebbe risultati notevoli e permetterebbe di curare in casa la Covid-19. Questo protocollo differisce dalle linee guida ufficiali diffuse dal Ministero della Salute – che come detto si basano invece sulla “vigile attesa” – e promuove anche l’uso di farmaci controversi come l’idrossiclorochina.

L’associazione che sostiene il Comitato Cura Domiciliare Covid-19 ha consegnato al ministero della Salute 30mila firme chiedendo l’adozione di uno schema terapeutico che non sia quello attuale con paracetamolo e vigile attesa.

La consegna delle firme è avvenuta martedì 27 luglio con una manifestazione, alla quale hanno preso parte alcune migliaia di persone, davanti alla sede del Ministero della Salute a Roma. Tra le richieste della petizione, oltre all’adozione dello schema terapeutico  fin qui seguito dalle centinaia e centinaia di medici del Comitato che in questo anno e mezzo hanno curato a domicilio i pazienti, c’è anche «la partecipazione dei medici che hanno agito sul campo ai tavoli di lavoro per la revisione dei protocolli di cura domiciliare precoce» come hanno spiegato dal Comitato stesso. L’avvocato Erich Grimaldi, che è anche presidente dell’associazione Udcl che sostiene il Comitato, ha incontrato alcuni dirigenti del ministero e ha illustrato loro «il lavoro dei medici che da oltre sedici mesi assistono i malati covid utilizzando uno schema terapeutico diverso da quello licenziato dal Ministero».

«Abbiamo spiegato ai dirigenti ministeriali quanto sia importante il lavoro svolto sul territorio dai nostri medici – ha detto Grimaldi – il nostro Consiglio Scientifico consegnerà al Ministero una relazione dettagliata entro le prossime 48 ore, e poi torneremo negli uffici ministeriali la prossima settimana, mi auguro per avviare finalmente la collaborazione tra il Dipartimento di Prevenzione e i medici del Comitato, fino a oggi impedita senza una comprensibile ragione».

Come evidenziato nel recente rapporto ”Il percorso del paziente con Covid-19, dalle cure domiciliari tradizionali al linkage to care con i centri specialistici”  firmato dalla Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG) e dalla Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (SIMIT), la COVID-19 è un’infezione che porta alla morte oltre il 2 percento dei soggetti con infezione sintomatica accertata. Si sottolinea quanto segue: “Nell’attesa che la vaccinazione di massa consenta di evitare la malattia grave e l’accesso all’ospedale, l’assistenza portata a domicilio con terapie sintomatiche rappresenta il perno della gestione dei pazienti con COVID-19”. È dunque il vaccino l’arma più preziosa che abbiamo per evitare di finire in ospedale e vincere la pandemia; del resto è facilmente intuibile che prevenire è molto meglio che curare. Nel malaugurato caso in cui ci si dovesse contagiare, tuttavia, affinché le cure domiciliari abbiano l’effetto sperato è fondamentale che l’infezione sia presa precocemente e trattata con altrettanta tempestività. Come spiegato da SIMG e SIMIT ora abbiamo a disposizione anche gli anticorpi monoclonali,  un altro trattamento preventivo che può essere somministrato a domicilio nei pazienti vulnerabili, cioè quelli più a rischio di sviluppare le complicazioni potenzialmente fatali dell’infezione (ad esempio gli anziani con comorbilità alla stregua di ipertensione, diabete, obesità etc etc).

Il fatto che oltre il 90 percento dei positivi sviluppi una forma lieve o moderata della COVID-19 significa che la stragrande maggioranza di essi può essere monitorata tranquillamente a casa, ma una parte dei pazienti rischia comunque una significativa desaturazione dell’ossigeno, polmoni pieni di liquidi, la famigerata tempesta di citochine e altre complicazioni della COVID-19 che vanno necessariamente trattate in ospedale. Purtroppo possono manifestarsi anche nei pazienti giovani che prima dell’infezione erano perfettamente sani e dunque non è sempre possibile prevedere chi le svilupperà. Le cure domiciliari servono a monitorare i parametri vitali dei pazienti contagiati, a contrastare i sintomi dell’infezione ed evitare che peggiori, attraverso la somministrazione dei farmaci che i medici ritengono più opportuni a seconda del caso. Proprio su questo punto si è combattuta la battaglia legale tra Ministero della Salute, Agenzia Italiana del Farmaco e il “Comitato Cura Domiciliare Covid-19”. La famosa nota dell’AIFA in cui si raccomandavano “vigile attesa” e trattamenti sintomatici (ad esempio con paracetamolo) fu duramente contestata dal comitato, che vinse il primo round presso il TAR del Lazio. Successivamente, tuttavia, il Consiglio di Stato ha ripristinato la suddetta nota. Lo scontro si è combattuto soprattutto sul fatto che sebbene non fosse precluso ai medici di adottare la terapia ritenuta più idonea per ciascun paziente, ci sarebbe comunque stato uno scostamento dalla linea guida dell’AIFA e dunque un’assunzione di responsabilità da parte del medico, con tutte le potenziali conseguenze del caso.

Nella nota dell’AIFA tra i farmaci raccomandati per le cure domiciliari figurano principalmente paracetamolo e FANS (farmaci anti-infiammatori non steroidei) per combattere febbre, dolori muscolari e altri sintomi dell’infezione, mentre “altri farmaci sintomatici possono essere utilizzati su giudizio clinico”. Tra essi le eparine e i corticosteroidi. I medici e gli avvocati del comitato Cura Domiciliare Covid-19 ritengono che ci siano dei limiti in questo approccio e chiedono a gran voce che venga stabilito un protocollo nazionale di cura domiciliare con un rafforzamento della medicina territoriale, che deve passare “anche attraverso la creazione in ogni Regione delle unità mediche pubbliche di diagnosi e cura domiciliare del covid-19 (USCA)”. L’intento, dunque, è nobilissimo. Purtroppo in molti casi le preziose cure domiciliari sono state trasformate in una sorta di bandiera da chi non vuole vaccinarsi, mettendo in pericolo se stesso, i propri cari e la comunità tutta, favorendo altresì la circolazione del coronavirus SARS-CoV-2 e magari la nascita di nuove varianti sempre più pericolose.

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