Domenica 30 settembre al Teatro Trastevere di Roma è andata in scena l’ultima replica dello spettacolo “Cigno, Cigno”, atto unico, scritto e diretto da Antonio Monaco, e ispirato a uno dei più noti e terrificanti fatti di cronaca nera italiani, il massacro del Circeo del 1975, di cui ripercorre le tragiche vicende essenziali.
Il 29 e il 30 settembre 1975 tre ragazzi della Roma bene, Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira attirarono due ragazze di 17 e 19 anni del quartiere periferico della Montagnola, Donatella Colasanti e Rosaria Lopez, con la promessa di andare ad una festa, in una villa isolata di proprietà della famiglia di uno dei tre, nel comune di San Felice Circeo. L’intento reale era quello di avere dei rapporti sessuali con esse. Al rifiuto delle stesse erano intenzionati a possederle con la forza e infatti finì che le stesse furono stuprate e poi picchiate allo scopo di ucciderle. La Lopez morì mentre la Colasanti, fingendosi morta, sopravvisse.
L’atto unico ripercorrere gli eventi nella villa delle poco più che 24 ore dall’arrivo nel tardo pomeriggio del primo giorno, al ritorno a Roma per la cena della sera seguente. La scelta stilistica dell’autore è stata quella di non rappresentare sul palcoscenico le scene più violente e brutali, che vengono fatte avvenire dietro le quinte o solo raccontate. Questa originale scelta la ritengo riuscita in quanto la rappresentazione dei momenti più crudi e violenti, oltre che urtare la sensibilità di qualcuno, avrebbe potuto distogliere l’attenzione dagli aspetti psicologici della brutalità umana dei carnefici e dell’innocenza delle vittime, con immutata forza drammatica.
L’ultima scena rappresenta le due ragazze che vengono riportate a Roma nella macchina di uno degli assassini, che per non destare sospetti parcheggiano la macchina sotto casa di uno di essi per cenare e poi dopo cena disfarsi dei cadaveri. A questo punto Donatella Colasanti, solo tramortita, riuscì battendo nel bagagliaio dov’era rinchiusa e urlando ad attirare l’attenzione di un metronotte. La rappresentazione si è conclusa con una voce fuori campo che riproduceva la comunicazione della gazzella dei carabinieri che, allertata dal metronotte, diede l’allarme alla centrale: “Cigno, cogno … c’è un gatto che miagola in una 127 in viale Pola”. Chiarendo quindi il senso del titolo.
I cinque attori, Arianna Ferrucci, Giulia Fortuna, Alessandro Straface, Edoardo Di Giuseppe, Riccardo Maggiani, sono stati molto bravi nella difficile rappresentazione. Una scelta molto azzeccata è stata quella di utilizzare degli attori molto giovani, in linea con l’età dei protagonisti dei tragici fatti di cinquanta anni fa, che erano poco più che adolescenti, avendo avuto tra i 22 e i 17 anni all’epoca. La loro giovane età ha contribuito, oltre che al realismo, a rappresentare l’innocenza e l’incoscienza, nel bene come nel male, delle azioni che rappresentavano.
Anche i costumi, essenziali ma tipicamente iconici di un fine estate degli anni ’70, hanno contribuito al realismo dello spettacolo, con un accenno alle differenze sociali dei protagonisti.
La scenografia è stata anch’essa molto essenziale ma efficace. Sul palco era rappresentato il salone della villa del Circeo, con un divano e un mobile con sopra il telefono, che serviva ai sequestratori per comunicare con l’esterno, e che una volta, approfittando della distrazione dei suoi aguzzini, Donatella Colasanti provò ad utilizzare per chiedere aiuto. Con un riuscito gioco di luci, in un angolo del palcoscenico vicino alle quinte, veniva rappresentato un bagno della villa in cui le due vittime erano state più volte rinchiuse e si lasciavano andare alle loro angosciate riflessioni.
Il numeroso pubblico ha dimostrato di apprezzare lo spettacolo, che è riuscito a suscitare forti emozioni e riflessioni riguardo un iconico evento tragico e violento, senza indulgere nella rappresentazione più cruda dell’orrore. L’apparente esteriore normalità dei ragazzi della Roma bene, che soggettivamente e con naturalezza si ritenevano nel giusto a comportarsi così, fa riflettere sulle oscurità che talvolta si nascondono nell’animo umano. Ricordando quella banalità del male denunciata oltre sessanta anni fa da Hannah Arendt.
Andrea Pisante
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