Centrosinistra, Schlein replica a Conte su Ucraina e primarie

Elly Schlein risponde a Giuseppe Conte che ha usato l’Ucraina per scrivere la parola fine sul campo largo. Il leader del M5S ha detto, apertamente, che non era più disponibile ad appoggiare nuovi aiuti a Kiev e, implicitamente, che vuole usare il tema per mettere all’angolo Schlein. «Il nodo dell’Ucraina lo scioglieremo con le primarie, faremo decidere agli italiani», sono state le parole di Conte.

Schlein ci ha messo un giorno per metabolizzare: Conte ha parlato nel tardo pomeriggio di domenica, lei ha risposto nel tardo pomeriggio di lunedì. Ma poi ha presentato la sua vibrata protesta senza giri di parole. «Non funziona così. Prima il programma condiviso da tutta l’alleanza e poi le primarie, perché chi le vince deve guidare tutta la coalizione, non soltanto il proprio partito», ha detto ai microfoni del Tg3, perentoria.

Stavolta Elly Schlein risponde: “così non funziona” dice a Giuseppe Conte. E basta questo a far capire quanto la segretaria democratica abbia apprezzato le uscite del leader M5s sul “nodo Ucraina” da “sciogliere alle primarie”. Ce ne vuole per spingere la leader Pd ad abbandonare la sua linea “zen”: è successo solo un’altra volta, nel 2024, quando sempre l’ex premier andò all’attacco sulle inchieste che coinvolgevano esponenti del Pd pugliese e si sfilò dalle primarie del centrosinistra a Bari.

La leader Pd ha trasformato in un mantra la sua linea “testardamente unitaria” ma la mossa del leader 5 stelle ha fatto scattare l’allarme non solo tra i “riformisti” della minoranza Pd. Perché quel rilancio sul no alle armi all’Ucraina e l’uso delle primarie come ‘resa dei conti’ tra linee opposte rischia di fare molti danni. Soprattutto, molti anche nella segreteria del partito si chiedono se l’obiettivo di Conte non sia quello di rendere impraticabili le primarie per poi portare a scegliere il leader con un “tavolo” politico, come già qualche settimana fa aveva ipotizzato. Di sicuro, “una risposta andava data”, spiega un dirigente del partito.

Quel che è certo è che mettere da parte le primarie sarebbe la soluzione ideale per tanti nel Pd, nella convinzione che una conta di questo tipo possa fare molto male. E’ lungo l’elenco di quanti hanno più volte suggerito di pensarci bene, da Romano Prodi a Walter Veltroni, Massimo D’Alema, Goffredo Bettini. Ma lo stesso pensano da Avs, che infatti già lo scorso marzo, quando Conte aprì alle primarie subito dopo la vittoria del no al referendum sulla giustizia, dissero subito che era meglio parlare di programma.

Chi non ci pensa proprio a rinunciare alle primarie è proprio Schlein. La leader dem da tempo ha detto che la leadership non si sceglie ad un tavolo tra segretari di partito ma con le primarie o “come fa la destra”, cioè contando i voti dopo le elezioni. Sistema che premierebbe lei, stando ai sondaggi. E la sortita di Conte ha fatto scattare l’allarme, perché appunto un segnale lo aveva già mandato qualche settimana fa dicendo che “oltre alle primarie ci sono altri modi, per esempio – come già sperimentato nelle elezioni regionali – si sceglie il candidato più competitivo per vincere”.
Non a caso uno dei primi a uscire sull’argomento è stato Matteo Renzi, al momento forse il più convinto sostenitore della Schlein: “Ci sono due idee di sinistra. Andiamo alle primarie e che vinca il migliore”, insiste l’ex premier, precisando: “Con un patto di ferro da sottoscrivere prima: il giorno dopo tutti insieme. Altrimenti non sono primarie ma è una presa in giro”.

Riccardo Magi, Più Europa, è drastico: “Se il tavolo sul programma, che dovrebbe essere un momento di sintesi politica tra le forze che compongono la coalizione, sarà sostituito dalle primarie, ancorando indissolubilmente il programma della coalizione a quello del candidato o della candidata premier, allora noi non ci stiamo perché non può funzionare, sarebbe un gioco al massacro”.

La stessa segretaria Pd, poi, ha voluto fissare un paletto: “Non funziona così”, ha risposto a Conte. “Prima il programma condiviso da tutta l’alleanza e poi le primarie, perché chi le vince deve guidare tutta la coalizione, non soltanto il proprio partito”. E Francesco Boccia, uno dei dirigenti Pd più in confidenza con Conte, ha aggiunto: le “divisioni” nel centrosinistra hanno già “regalato” la vittoria a Giorgia Meloni nel 2022, quella “lezione” è già stata “pagata” con una sconfitta ed è chiaro che “il nostro avversario non è chi condivide il cammino per costruire un’alternativa” ma “la destra”.

Ma l’escalation ha preoccupato anche Avs, per motivi diversi. I rosso-verdi temono un’accelerazione verso i gazebo proprio come risposta alla mossa di Conte. Nicola Fratoianni cerca di minimizzare parlando di “incidente agostano”, ma poi avverte: “Non è che chi vince le primarie, ammesso che le primarie ci siano, comanda e decide il programma. Prima delle primarie è obbligatorio avere un programma condiviso”.

Fratoianni si dice ottimista, è convinto che la sintesi si troverà “come si è trovata nelle regioni”. Ma nel Pd la preoccupazione sale, perché man mano che si avvicinano le elezioni il gioco si fa duro e qualcuno teme che possa finire appunto come nel 2022, il precedente ricordato da Boccia e anche da Maria Elena Boschi: “Dobbiamo evitare l’errore del 2022, quando le divisioni nel centrosinistra spalancarono le porte a Giorgia

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