Caso Santanchè, la Consulta dichiara ammissibile il ricorso del Senato

La Consulta ha dichiarato ammissibile il ricorso per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato promosso dal Senato nei confronti della Procura di Milano e relativa a Daniela Santanché, tra gli imputati per la vicenda della truffa aggravata ai danni dell’Inps nel caso Visibilia. La Corte darà “immediata comunicazione” dell’ordinanza al Senato e notificherà la stessa ai pm milanesi. Al centro della vicenda l’uso nel procedimento di “contenuti di posta elettronica” della senatrice e alcune “audio registrazioni occulte” di sue conversazioni agli atti del fascicolo senza la richiesta di autorizzazione alla Camera di appartenenza.

La procura di Milano, nell’ipotesi della difesa dell’ex ministra, avrebbe dovuto chiedere l’autorizzazione preventiva per acquisire chat, mail e registrazioni di dipendenti dell’ex ministra del Turismo
La Corte Costituzionale ha dichiarato “ammissibile” il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato promosso dal Senato, a gennaio, in difesa di Daniela Santanché e contro la procura di Milano che, nell’ipotesi della difesa dell’ex ministra, condivisa da palazzo Madama, avrebbe dovuto chiedere l’autorizzazione preventiva per acquisire chat, mail e registrazioni di dipendenti dell’ex ministra del Turismo. La vicenda che è approdata alla Consulta riguarda l’indagine a carico della senatrice di Fdi, accusata di truffa aggravata all’Inps in relazione alla cassa integrazione nel periodo Covid per alcuni lavoratori pendenti di Visibilia. Gli avvocati difensori Salvatore Pino e Nicolò Pelanda avevano sostenuto a Milano che, essendo i messaggi equiparabili ormai a corrispondenza privata, come stabilito dalla stessa Corte costituzionale per il caso Renzi-Open, i pm non possono usare questo materiale probatorio, acquisito senza autorizzazione del Senato. Ora la Corte costituzionale ha deciso che “esiste la materia di un conflitto, la cui risoluzione spetta alla competenza di questa Corte”. L’ordinanza sarà “immediatamente” trasmessa al Senato, che ha 60 giorni di tempo per trasmetterla alla procura di Milano. Dopo ci sono 30 giorni di tempo per deposito memorie e fissazione dell’udienza di merito. La sentenza della Corte, quando ci sarà, verosimilmente darà ragione a Santanché, dato la sua precedente sentenza “storica”. Messaggi, mail, registrazioni sono equiparabili a “corrispondenza” e, quindi, come nel caso di “classiche” intercettazioni, per l’utilizzo ci vuole l’autorizzazione della Camera di appartenenza del parlamentare coinvolto sia se indagato ma anche se si è solo scambiato mail o messaggi con un indagato.

Tutto nasce dal conflitto sollevato dal Senato su richiesta di Matteo Renzi, per l’indagine della procura di Firenze sulla fondazione Open. Nel 2023 la Consulta diede ragione all’ex premier, ampliando il concetto di immunità per i parlamentari, stabilito dall’articolo 68 della Costituzione. La Corte con quella sentenza ha cambiato la procedura delle indagini dei pm che si imbattono in deputati e senatori: ha stabilito che i pm non potevano acquisire “senza preventiva autorizzazione del Senato” mail e Whatsapp: né quelli di Renzi, parlamentare, e neppure quelli “a lui diretti, conservati in dispositivi elettronici appartenenti a terzi, oggetto di provvedimenti di sequestro nell’ambito di un procedimento penale a carico dello stesso parlamentare e di terzi”. Una sentenza quella della Corte che ha ribaltato quanto aveva stabilito con diverse sentenze la Cassazione, secondo la quale invece quel tipo di messaggistica era equiparabile a “documentazione” e quindi come tale senza obbligo di autorizzazione parlamentare.

Tornando alla sentenza della Corte sul caso Renzi, i giudici, nel 2023, stabilirono che bisogna adeguarsi ai tempi: la “corrispondenza” – tutelata dall’articolo 15 della Costituzione, comminato con l’articolo 68, quello sulle guarentigie parlamentari – ai giorni nostri non può che essere costituita prevalentemente da messaggistica elettronica: “Lo scambio di messaggi elettronici, e-mail, Sms, WhatsApp e simili” rappresenta “di per sé una forma di corrispondenza a tutti gli effetti”.

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