Calenda asfalta il campo largo: “Il leader? Meglio Conte populista con pochette che la Schlein gruppettara in eskimo”

Al netto del verdetto referendario, di autocelebrazioni social e brindisi sotto la pioggia in piazza, nel centrosinistra sembra ci sia poco da festeggiare. Nel campo largo sempre più affollato ci si sgomita come non mai: la corsa alla leadership del centrosinistra è scattata e tra false partenze e spari a vuoto, c’è da scommettere che sarà una competizione a prova di colpi di scena e nel fianco
Non stupisce allora che Carlo Calenda, ospite a L’aria che tira, abbia deciso di indossare l’elmetto e di trasformare il “campo largo” in un campo di battaglia, distribuendo fendenti a destra e a manca che lasciano il segno tra il Nazareno e il quartier generale dei Cinque Stelle. E lo fa con la sua proverbiale spirito caustico e senza ricorrere a inutili perifrasi, partendo da un presupposto buttato apoditticamente sul tavolo della discussione mediatica: «Sarà Conte il leader», sentenzia il leader di Azione con una punta di ironia sferzante: ‘Sarà Conte il leader: meglio il populista con la pochette che la gruppettara in eskimo’.
A proposito di palazzi, secondo Calenda la resa dei conti tra i giallorossi sarebbe già scritta nei corridoi di Palazzo Madama: «Vincerà Conte perché mezzo Pd pensa che sia un candidato più forte della Schlein contro la Meloni. Lo dicono in Senato».
La stoccata di Calenda alla sinistra: «La linea la detteranno Conte, Gratteri e Landini»
Ma l’affondo più corrosivo riguarda l’identità stessa della sinistra, che secondo il leader di Azione si sarebbe definitivamente smarrita tra populismo giudiziario e massimalismo sindacale. «Le scene che abbiamo visto alla procura Napoli fanno capire quello che sarà. Sono magistrati nell’esercizio delle loro funzioni, in un luogo istituzionale. La sinistra si è consegnata a questa cosa qua… La linea la detteranno Conte, Gratteri e Landini», attacca Calenda, citando le coreografate esternazioni di gioia al responso delle urne di ieri a Napoli lette come un manifesto illeggibile del nuovo corso che ci aspetta. Un mix esplosivo che, a suo dire, toglierà ai riformisti dem persino il diritto di parola.
E alla fine della fiera, mentre Conte e Schlein si contendono lo scettro tra antagonismi e veti incrociati, nostalgie recenti e post-sessantottine, Calenda mette a nudo il re: il campo largo non è solo diviso, è politicamente deflagrato.
“Penso che Carlo Calenda debba decidere da che parte stare, non si può stare con un piede in due scarpe. Decida da che parte stare, non si può stare un po’ di qua e un po’ là”. Così Elly Schlein a Tagadà su La7.
Rispetto alla proposta di una coalizione di volonterosi con Forza Italia, moderati e una parte del Pd lanciata dal leader di Azione, Schlein scandisce che “la linea del Pd è una ed è chiara: noi torneremo al governo vincendo le elezioni con una coalizione progressista, senza larghe intese o accordi di Palazzo”.
La risposta di Calenda non si fa attendere. “Cara Schlein – scrive sui social – noi stiamo al centro dove ci hanno messo gli elettori. Non andiamo dietro ai populisti filo putiniani e non ci asteniamo quando si tratta di Ucraina, riarmo europeo e difesa. Il resto è fuffa”.
La risposta a Meloni
La leader dem su La7 risponde anche alle dichiarazioni della premier Giorgia Meloni sabato al Congresso di Azione. “Hippy? Avete mai visto un governo che in mancanza di una politica estera condivisa passa il tempo ad attaccare l’opposizione. Meloni ha un governo con tre posizioni diverse e quindi si riduce ad attaccare l’opposizione”, afferma.
“E’ assurdo che, attaccando me, dica che non ci sia alternativa tra l’abbassare la testa davanti a Trump, unica cosa su cui è d’accordo la maggioranza, e strappare l’alleanza e uscire dalla Nato. L’alternativa c’è ed è quella di un’Europa federale, in cui si supera il diritto di veto e che mette in campo un grande piano di investimenti europei basati sul debito comune, come è stato per il Covid, e che comprenda anche investimenti sulla difesa comune. L’Italia si salva soltanto in un’Europa integrata ma i nazionalisti, come quelli che ci governano, non la vogliono”.
Migranti e centri in Albania
Poi la questione migratoria. Per la leader dem trasformare i centri in Albania in Cpr è “un tentativo maldestro di coprire il loro fallimento e la loro propaganda. Per mesi ci hanno raccontato dell’effetto deterrente del modello Albania. Ora per decreto dicono che diventa un Cpr, il più caro della storia: 800 milioni di euro. Ma lì ci andranno solo persone che sono già in Italia con costi molto più alti. E’ un’altra fregatura sulla pelle dei più fragili e sulle tasche degli italiani”.
Rapporti con M5S
Quanto al M5S, “ci sono delle differenze tra di noi ma anche punti in comune. Così come noi siamo a favore della difesa comune europea, ho sentito spesso anche il Movimento 5 Stelle e Conte parlarne. E poi ci sono anche delle similitudini nelle critiche fatte al piano di riarmo”, osserva Schlein.

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