Buoni pasto provinciali, nuovo sistema insostenibile per le imprese

TRENTO.  È operativo  il nuovo sistema di gestione dei buoni pasto per i dipendenti provinciali, dopo il ricorso di una delle imprese che aveva partecipato alla gara indetta dalla Provincia Autonoma di Trento. Un sistema che prevede una commissione del 7,73% a carico degli esercenti, contro il 5% di tetto massimo fissato a livello nazionale nel 2022 e, soprattutto, contro lo 0% previsto dal sistema di gestione in house operativo in precedenza.

«Raccogliamo come ristoratori un certo rammarico – commenta Marco Fontanari presidente dell’Associazione ristoratori del Trentino – perché si fa un forte passo indietro rispetto alle condizioni più vantaggiose per l’imprenditore, che potevano essere reinvestite nella qualità dell’offerta al consumatore. Oggi, con lo scatto inflattivo, questo tipo di contratto diventa molto penalizzante: stiamo infatti raccogliendo da parte di tantissimi soci la volontà di non continuare a queste condizioni. Dai dati disponibili in rete vediamo come ci sia stato un esodo notevole di ristoratori: ad oggi sono circa 700 le attività presenti in piattaforma ma in maggioranza si tratta di negozi alimentari con servizio di gastronomia. Ciò che raccomandiamo è un corretto uso del buono pasto, cioè un servizio sostitutivo di mensa e non un buono per acquisti generici. Tanti colleghi ci stanno chiamando: l’attività dell’Associazione è andare sul territorio, ascoltare e mettere a disposizione tutti i servizi che possiamo fornire per l’assistenza perché tanti che si ritrovano in quell’elenco ci chiedono come fare oggi a retrocedere. Sta nella libera scelta di ogni imprenditore ma come associazione dobbiamo dare assistenza ai nostri associati».

«Ci spiace per il disservizio cui costringiamo nostro malgrado la clientela ma non possiamo riversare sulle imprese della ristorazione costi che fino a ieri non c’erano. Salta all’occhio come la sentenza del Consiglio di Stato – che, come ogni sentenza, va rispettata – sia passata da una previsione di 1.251 esercizi in piattaforma ai 600 entro il settembre 2023 ed ai 900 a regime. L’associazione aveva portato a casa un bel risultato: staremo sicuramente vigili e faremo attenzione che i punti del bando vengano rispettati, e così chiediamo anche alla Provincia. Ricordiamo, inoltre, che nel 2022 da parte della Fipe nazionale c’era stata una forte azione sui buoni pasto che ha ottenuto il tetto massimo applicabile alle commissioni del 5%. Questo bando però tiene in considerazione la situazione al 2018 e quindi non può essere assoggettato a quel limite».

«Si tratta di un cambiamento significativo – spiega la presidente dell’Associazione pubblici esercizi del Trentino Fabia Roman – che va ad incidere negativamente su un settore come il nostro che convive da sempre con un cronico problema di marginalità. Le commissioni previste da questo contratto (pari al 7,73%) vanno a ridurre ulteriormente la quota di profitto delle nostre attività gettando ulteriori dubbi sulla sostenibilità economica di un modello d’impresa che, ancora oggi, sta pagando lo scotto della pandemia, dell’inflazione, dell’aumento dei prodotti energetici e delle materie prime. Accettiamo le sentenze, ma applicare un contratto che non tiene conto del mutato quadro economico degli ultimi tre anni nonché dei recenti interventi legislativi rischia di esporre il settore alla recessione. Il Legislatore nazionale è intervenuto recentemente sul tema, fissando un tetto massimo del 5% alle commissioni proprio nel tentativo di ristabilire equità e correggere alcune storture che penalizzavano oltremodo l’esercente, in un momento di particolare crisi del settore. Le motivazioni alla base di quel provvedimento a nostro avviso sono ancora attuali».

«Abbiamo avuto segnalazioni – continua Roman – da parte dei nostri associati di molti dipendenti pubblici in difficoltà di fronte al nuovo sistema; da parte nostra c’è timore perché i margini della pausa pranzo al bar sono molto contenuti; va considerato anche che il mercato è cambiato molto dall’epoca pre-covid, perché l’introduzione delle nuove forme di lavoro fuori ufficio, tra telelavoro e smart working, hanno ridotto sensibilmente il numero dei lavoratori che scelgono l’esercizio pubblico per la propria pausa pranzo. Chiediamo che si affronti una riflessione ad ogni grado per valutare la sostenibilità di questo servizio sia per gli utenti, per il datore di lavoro ma anche per le imprese».

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