Bianca Rende e sconfitta alle provinciali

Tiene banco nel dibattito politico di questi giorni, tra un congresso del Pd che non riesce a celebrarsi e una sindacatura che non va oltre il lamento sulle passate gestioni e la costruzione dell’ennesimo cerchio magico, la sconfitta alle ultime elezioni provinciali, dove il centrosinistra cosentino ha confermato la propria incapacità di rialzarsi dalla bruciante sconfitta alle regionali e presentare un progetto largo ed inclusivo, finendo per perdere la sua roccaforte, da sempre individuabile nell’ente di piazza XV Marzo.

Come già avvenuto in occasione delle elezioni Comunali, anche qui la decisione della strategia da seguire (compresa quella di votare in due tempi differenti per Consiglio e Presidente) è stata assunta da un ristrettissimo gruppo dirigente, sempre più indebolito e isolato dall’elettorato, a partire già dalle politiche del 2018, che però continua ad esercitare la sua influenza sul Nazareno, a sua volta scettico di invertire la rotta in una provincia definita irrecuperabile per la sua “divisività”.

Lasciando sfogare in associazioni parallele ogni proposito di rinnovamento, la segreteria nazionale concede temporanee gestioni commissariali, spesso vuotamente leaderistiche, da parte di proconsoli che, alternandosi nel ruolo, usano il loro mandato giammai nella direzione di curare le ragioni dello stesso commissariamento ma in quella, ipocrita e pavida, di conservare lo status quo, in una sorta di incomprensibile sindrome di Stoccolma che conduce alla fatale inconcludenza del proprio mandato. E avanti un altro…

Non meravigliano pertanto i risultati sul piano elettorale, come quello del partito democratico alle ultime amministrative a Cosenza, tra i più bassi d’Italia, la vittoria solo al secondo turno del proprio candidato a sindaco (grazie alla convergenza responsabile di chi non avrebbe mai consegnato la città ancora alla destra, come me e i miei elettori al primo turno), indi la sconfitta annunciata e bruciante alla Provincia con successiva pretestuosa individuazione delle responsabilità nel presunto carrierismo di chi già guida la terza città più grande della Calabria e non nell’istinto di auto conservazione di chi utilizza criteri fideistici nello scegliere gli alfieri della propria proposta politica.

Le analisi autoassolutorie di questi giorni individuano poi nella fedeltà corresponsabile ad una compagine conservatrice il criterio selettivo per concorrere al percorso della ripartenza, promettendo l’isolamento delle fronde ribelli quale premessa e promessa di un presunto rafforzamento delle file più ortodosse. Scorrendole, si fa anche fatica a credere che si parli ancora di politica, venendone violati proprio i fondamentali, di includere e non escludere, da parte di chi pur siede nelle massime assemblee regionali.

Di fronte a impostazioni difensive di questo genere, vorremmo rispondere con il richiamo al “partito nuovo” di togliattiana memoria, spiegando umilmente che la Politica vince quando unisce, si apre con genuinità alla società civile, ai giovani e alle donne e ai processi di innovazione e di modernità, non certo quando si basa su anatemi ed espulsioni.

Ma, temo, sia più facile costruire un progetto a latere che non entrare in un sistema che trova nell’integralismo della supposta autosufficienza e nella costruzione di rapporti meramente correntizi la ragione della propria sopravvivenza, del tutto personalistica e condannata a cocenti sconfitte collettive.

Nel frattempo, dunque, che il processo di consunzione politica si consumi -magari sollecitato da un nuovo protagonismo degli intellettuali come Isaia Sales e altri in queste ore a Napoli- rimane un’unica direzione: stare dalla parte delle comunità, di chi attende risposte concrete, richiamare alla pratica di una sana democrazia partecipata. Chi chiama questa impostazione “populismo” ed aggiunge “di maniera” dovrebbe esaminare con uno sforzo di terzietà quale sia la domanda di buona politica e riconoscerne i segni nel voto per ripicca degli ultimi anni. Forse scenderà dalla luna e siederà per terra a costruire, con umiltà, impegno, e – come indica Papa Francesco in “Fratelli tutti” – con carità che implica un cammino di trasformazione della storia con la sua capacita di ascolto e di inclusione di ogni forma di diversità e di pensiero autonomo. Sono certa che un processo del genere, franco, inclusivo, lontano da logiche di mera appartenenza, alla lunga sarebbe premiato.

Bianca Rende

Consigliera comunale Cosenza

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