Bettino Craxi a vent’anni dalla sua morte

Il 15 Dicembre 1992, si levò, pressoché in tutta Italia e soprattutto tra stampa e magistratura, un grido di giubilo per l’avviso di garanzia inviato all’ex Premier e ancora segretario del Psi, Bettino Craxi, nell’ambito di quell’inchiesta che è passata alla storia con il nome di’Mani Pulite’. Un’inchiesta che nel giro di un anno avrebbe spazzato via un’intera classe politica provocando la fine della prima Repubblica. La notte dei lunghi coltelli. Magistrati e giovani cronisti trasformati in vere e proprie star, osannate dal popolo e da forze politiche emergenti. Gli avvocati abbandonarono le toghe per relegarsi al ruolo di semplici accompagnatori dei propri assistiti che si costituivano per paura del tintinnio delle manette. Una vera corsa alla confessione. Ma nessuna notizia produsse, tuttavia, l’effetto di quel 15 dicembre, perché tutta l’inchiesta ebbe lo scopo primario di dare la caccia a Bettino Craxi, a cui maramaldamescamente fu affibbiato il nomignolo di ‘Cinghialone’ in ossequio alla caccia in atto. Si levò in tutto il Paese un coro di voci discordanti, prive di obiettività e assetate di vendetta. Complice silente fu gran parte della stampa e di quei cronisti dell’epoca che vedevano in Craxi l’unico vero nemico della sinistra, il dittatore con gli stivaloni neri, come simpaticamente il bravo Forattini era solito ritrarlo sulla prima pagina di Repubblica.Ed è del tutto giustificabile, in questi vent’anni, l’avversione della famiglia Craxi, per certa stampa e per quelli che si definiscono gli unici “veri eredi” della sinistra italiana. E non si può che salutare con soddisfazione il fiorire di libri e letterature cinematografiche sul personaggio politico e sull’uomo. A distanza di un ventennio si dibatte ancora sulla figura di Craxi, “capro espiatorio” o “gran corrotto”, il tutto frutto di un dibattito ancora immaturo e la causa sta nella profonda e duratura rimozione operata intorno alla sua figura e ciò che ha rappresentato dentro un contesto particolare quale fu l’Italia ai tempi della caduta del muro di Berlino, che segnò la fine della guerra fredda; che aveva portato con sé un nuovo vento di libertà per gli italiani, ma ne aveva raddoppiato il debito pubblico, e questo se da un lato aveva svecchiato il linguaggio della politica, dall’altro ne aveva incrinato la credibilità. Se con la mente si va al drammatico discorso pronunciato alla Camera dei Deputati, nel quale mise a nudo tutte le debolezze del sistema politico e partitico italiano, sottolineando che nessuno dei presenti in aula a prescindere dall’appartenenza politica, avrebbe potuto alzare la mano e dire che non aveva mai fatto ricorso a finanziamenti illegali o irregolari, ci si rende conto di quanto sia oggi attuale. Basta pensare a quanto, a tutt’oggi, sia irrisolto il problema dei costi della politica. ( ultimo il giallo dei 49 milioni della Lega). Per non parlare degli intrecci perversi ed oscuri tra parte della politica e magistratura, culminati, qualche mese fa con un vero e proprio terremoto nel CSM. Né è mutato il rapporto tra imprenditoria e politica. Ancora oggi assistiamo a cartelli di imprenditori e politici che si schierano per abbattere la parte avversa. A quasi trent’anni da ‘Mani Pulite’ nulla è cambiato.Resta solo il ricordo di politici processati per le proprie idee e con una visione del sistema Paese nuova e progressista, che si proiettava con lungimiranza verso il futuro. E oggi, più che mai, sarebbe interesse di quel po’ che è rimasto della sinistra, provare a ragionare con obiettività e serenità, senza lanciare anatemi e scomuniche sulla storia di un uomo che ha segnato la storia di quel pensiero, ma dalla parte della democrazia e del rispetto dei diritti umani.

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