Il presidente del M5S, Giuseppe Conte (S) affiancato da Beppe Grillo durante la manifestazione organizzata dal Movimento 5 Stelle contro il lavoro precario Basta Vite Precarie, Roma 17 giugno 2023. ANSA/FABIO FRUSTACI

Beppe Grillo commissaria Conte e il Movimento

L’auto-intervista è l’espediente letterario per i timidi e i disillusi inferociti. Rientra nella categoria Beppe Grillo, in risposta a quello detto da Giuseppe Conte. «Il destino del Movimento non è nelle sue mani» ha affermato l’affondato elettorale al fondatore (ché tra l’altro, è un’affermazione giuridicamente sbagliata, perché l’Elevato non solo possiede la gestione di simbolo e nome, ma il Movimento stesso). Da qui tutto un gioco di stoccate a distanza tra i due.

Grillo risponde a Conte che a sua volta aveva risposto Grillo che a sua volta lo aveva ridicolizzato  sul fatto che il Berlusca da morto prendesse più voti del Giuseppi da vivo. Ora Grillo  rimette i  paletti al partito.

Per esempio, è d’accordo su «tutte le cose che dice Conte, che poi sono tre. D’altra parte come si fa a non essere d’accordo sul fatto che la guerra, la povertà e le malattie siano cose brutte?». «Semmai- spiega- vorrei aggiungerci qualche cosa bella, come il voto dei cittadini europei alle elezioni politiche nei paesi di residenza e non di cittadinanza, prodotti il cui prezzo incorpori costo sociale di produzione e trasporto, piattaforme di democrazia diretta e di cittadinanza attiva. Tutte cose di cui parlavamo regolarmente con Casaleggio e altri». Che significa: bisogna tornare al vento del logos, allo spirito anarcoide visionario di Gianroberto Casaleggio, «riprendere gli stessi incontri che facevamo con lui». E «come va a il tuo rapporto con Conte?» chiede Grillo a sé stesso avvitato nell’autoanalisi. «Come si fa ad avere un cattivo rapporto? Ci ho provato ma non ci sono riuscito: non si scompone mai, ogni parola si scioglie… Siamo d’accordo, però, che non vogliamo scioglierci anche noi», si autorisponde Grillo.

Poi Grillo traccia la traiettoria del M5S: «Hai notato che il simbolo dell’Altrove ha la forma di un’antenna? Ripartiremo da antenne puntate sui cittadini e da un’azione politica diversa. Siamo nati come irregolari che sognavano di cambiare il sistema». Che letto in grillese significa più o meno: di Conte io non mi fido affatto, ma ora in giro non c’è di meglio. E una buona alternativa, al massimo, sarebbe Virgina Raggi. La quale, proprio l’altro giorno, a braccetto con l’eretico Di Battista, ribadiva che il M5S «non è né di destra né di sinistra». L’esatto contratto di Conte secondo il quale lascia capire che se uno è di destra, io lo caccio.

Poi c’è la faccenda, determinante per i 5 Stelle sul vincolo «dei due mandati». Ineludibili, per Grillo. «Ed è comprensibile che chi oggi si trova al secondo mandato vorrebbe eliminarla. D’altronde l’istinto di sopravvivenza proviene dalla nostra natura animale, ed è insopprimibile. Il limite alla durata dei mandati è non solo un principio fondativo del movimento, ma è anche un presidio di democrazia fin dai tempi dell’antica Atene. Come ho detto più volte, dovrebbe diventare una legge costituzionale, quantomeno per le cariche più importanti, come peraltro fece il congresso degli Stati Uniti dopo la morte di Roosevelt (che fece quattro mandati e videro che non era più il caso, ndr)». Cioè: io, fondatore, ribadisco il concetto se vuoi legarti alla poltrona, te ne torni a casa. E comunque, in fin dei conti, Conte non ha demeritato.

Abbiamo visto di peggio, dice. «Mi pare che i temi fondativi del movimento siano ancora validi. Alcuni, come la transizione ecologica e digitale, sono diventati i temi principali dell’agenda politica. Dunque non si può dire che non ci avessimo azzeccato. Altri, come la democrazia diretta e la politica come servizio e non professione – come peraltro è in Svizzera, e non solo restano da realizzare». Bastone, carote e ancora bastone. In casa 5 Stelle è in atto un piscodramma che si diluisce nella sopravvivenza, tra due fazioni: la contiana, fatta di una tattica di alti e bassi (troppi, ma per Conte in fondo la colpa è dell’alleanza con Draghi) e l’antica sì di Grillo ma pure della vecchia guardia da Toninelli a Raggi, a Casaleggio jr. Il quale inaugurò la sarabanda d’accuse contro Conte.

«Alle politiche il M5S ha perso sei milioni di voti, alle europee altri due» I motivi del tracollo: «Sostituzione della partecipazione con le decisioni dall’alto, della centralità del programma con quella del leader, dei principi con i sondaggi». L’Elevato sottoscrive. Ma tende una mano all’avversario interno, per fare sopravvivere il Movimento a sé stesso. Hanno ancora bisogno l’uno dell’altro.

“Sono dieci giorni che i dirigenti del M5S mi nominano nelle loro interviste, quando ho lasciato il partito due anni fa”. Lo ha detto l’ex capo politico del Movimento 5 stelle, Luigi Di Maio, a Tagadà, su La7. “Se mi si dice che il tema del 9% che hanno preso alle europee è il governo Draghi di due anni fa non solo dico che non c’entra niente, che guardassero un po’ all’interno del Movimento senza pensare a me”, ha proseguito, aggiungendo che “la cosa più importante è che finché c’è stato il governo Draghi le riforme sul welfare e le norme anticorruzione sono rimaste in piedi”. “E’ stata la caduta del governo Draghi – ha spiegato – provocata dal Movimento a causa dell’inceneritore di Roma che tra l’altro da quanto ho capito si farà comunque, che ha portato allo smantellamento delle riforme fatte dal M5s e, soprattutto, a fare deflagrare il centrosinistra, che alla fine è andato separato e ha perso quasi tutti i collegi uninominali alle elezioni politiche del 2022. Fino a quel momento avevamo un patto sulle riforme del welfare che avevamo fatto approvare al tempo. Come si può dire che il governo Draghi è stato il problema? Quando Giorgia Meloni ha legittimamente vinto le elezioni aveva già messo nel programma l’abolizione delle nostre risorse; ciò è avvenuto e gli elettori si sono disaffezionati”.

“Se il Movimento 5 Stelle di Conte è progressista o meno dipende da cosa intendono progressista. Penso che oggi quella forza politica non abbia alternative: deve stare nel campo progressista, ma ci deve stare veramente” ha aggiunto.

“Non c’è alcun dubbio che Conte sarà ancora il leader del Movimento 5 stelle” ha detto poi l’ex capo politico del M5s, Luigi Di Maio, a Tagadà, su La7. “Non credo allo storytelling che cambino le leadership, quello è un partito ad immagine e somiglianza del leader – ha aggiunto – Grillo ha tantissime ragioni per continuare a sostenerlo, così tante che non le riesco ad elencare”.

“Mi sono stufata di quelli che, quando si vince, la vittoria è di tutti e quando si perde è di uno solo: il M5s non è padronale, è una comunità di persone, una classe dirigente che deciderà liberamente cosa fare del proprio futuro”. Così Alessandra Todde, ex vice presidente del Movimento e prima governatrice pentastellata in Italia con la vittoria in Sardegna alle regionali di febbraio, a proposito delle parole di Beppe Grillo.

“Sono stufa – aggiunge, rispondendo ai giornalisti a margine della seduta di giunta a Cagliari – di chi in maniera estemporanea adesso propone ricette quando si tratta degli stessi personaggi che non ho visto in campagna elettorale, forse non sono neanche andati a votare. Io ritengo che si deve fare politica con la P maiuscola, politica matura e soprattutto confrontandosi sui temi e sulla propria identità, questo percorso lo faremo, lo faremo al più presto e lo faremo con il presidente Conte”.

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