Sarebbe stato arrestato per errore perché scambiato per un altro lui continua a sostenere di essere innocente per questo dopo tre settimane di detenzione i caso finisce in Cassazione. Dal carcere di Bari continua a proclamarsi innocente l’uomo arrestato tre settimane fa nell’ambito di una vasta operazione antidroga condotta dai carabinieri nel barese. È accusato di associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, ma secondo la difesa non avrebbe nulla a che fare con le attività criminali contestate. Un errore di identificazione, nato da una coincidenza anagrafica, lo avrebbe fatto finire dietro le sbarre al posto di un’altra persona. L’operazione, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Bari, era partita nei mesi scorsi a seguito della denuncia di un imprenditore locale che aveva segnalato sospetti movimenti e traffici sospetti all’interno della propria azienda. Le indagini, condotte attraverso intercettazioni telefoniche, appostamenti e sistemi di controllo ambientale, avevano consentito di ricostruire una presunta rete di spaccio di droga radicata in alcuni comuni della provincia. Nove le persone raggiunte da un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip su richiesta della Procura. Tra loro anche l’uomo oggi detenuto, un quarantenne con alle spalle qualche vecchio precedente per furti e rapine, risalenti a oltre dieci anni fa. Secondo gli investigatori, avrebbe avuto un ruolo nel trasporto di un pacco con due chili di stupefacente. Ma lui, sin dal primo momento, ha sostenuto che si tratta di un grave scambio di persona. La chiave dell’equivoco sarebbe una telefonata intercettata tra due attuali arrestati. Durante la conversazione, uno di loro con un nome e un soprannome che, casualmente, coincidono con il nome e il cognome del presunto corriere, un dettaglio che, agli occhi degli inquirenti, è bastato per collegarlo alla rete criminale. In realtà, secondo l’arrestato, la persona che sarebbe dovuta essere il reale destinatario dell’ordine di carcerazione sarebbe un omonimo residente in un’altra zona della provincia, del tutto estraneo al quarantenne finito in carcere. A rafforzare questa tesi è arrivata la testimonianza di un collaboratore di giustizia, ascoltato nelle settimane successive all’arresto. L’uomo, già coinvolto in altre inchieste, ha spiegato che il detenuto non ha mai fatto parte del gruppo dedito al traffico di droga e che l’omonimo citato nelle intercettazioni è un’altra persona, conosciuta negli ambienti criminali ma residente in un comune diverso. Nonostante queste dichiarazioni, la richiesta di scarcerazione presentata dai difensori è stata respinta sia dal Gip sia dal Tribunale del Riesame. I giudici, pur riconoscendo l’esistenza di elementi di dubbio, hanno ritenuto che non si potesse escludere del tutto un possibile coinvolgimento del sospettato, anche in episodi diversi da quelli oggetto del procedimento. Per questo è stato confermato il mantenimento della misura cautelare in carcere. Durante l’interrogatorio di garanzia, il detenuto ha ribadito la propria innocenza e ha chiesto di poter chiarire ogni aspetto della vicenda sostenendo di non centrare nulla con quella storia evidenziando di essere stato confuso con un altro. Parole che la difesa dell’uomo ha rilanciato anche nelle memorie depositate agli atti, sottolineando l’assenza di qualunque elemento concreto come: telefonate, contatti e movimenti sospetti che colleghi l’uomo alle attività di spaccio. Il caso è ora approdato in Cassazione confidando che i giudici del Palazzaccio possano riconoscere l’errore e annullare l’ordinanza di custodia cautelare, consentendo la scarcerazione immediata. Si tratterebbe di una vicenda paradossale in cui una semplice omonimia ha rischiato di distruggere la vita di un uomo che non ha nulla a che fare con il traffico di droga. Un caso, questo, che continuerà ancora a far parlare di sé, qualunque sia il risvolto e l’esito dei ricorsi giudiziari.
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