ArcelorMittal: perquisizioni e sequestri a Taranto e Milano

Perquisizioni e sequestri da parte della guardia di finanza sono in corso negli uffici di Taranto e di Milano di Arcelor Mittal. L’intervento è stato disposto su ordine della procura di Taranto nell’ambito dell’inchiesta avviata dopo l’esposto presentato dai commissari dell’ex Ilva in amministrazione straordinaria.

Oltre all’aggiotaggio informativo, ossia alle false comunicazioni al mercato, nell’inchiesta milanese sull’addio di ArcelorMittal all’Ilva i pm contestano il reato di distrazione di beni del fallimento. Gli inquirenti anche oggi stanno sentendo alcuni testimoni nell’indagine e sono previste anche acquisizioni di documenti da parte degli investigatori. Allo stato il fascicolo con ipotesi di reato è a carico di ignoti.
La Procura ha ordinato di effettuare dei controlli nelle sedi della provincia pugliese e di Milano. Si tratta di un primo passaggio formale dell’indagine aperta nei giorni scorsi dal magistrato. La vicenda quindi si gioca su due piani diversi: il primo quello giudiziario e il secondo politico con il premier Conte al lavoro per cercare di far cambiare idea ad ArcelorMittal.
Nell’ambito dell’indagine aperta venerdì scorso su ArcelorMittal e il suo tentativo di sciogliere il contratto di affitto dell’ex Ilva, c’è anche l’accusa di omessa dichiarazione dei redditi tra quelle contestate dalla Procura di Milano. La Guardia di Finanza, al momento negli uffici milanesi del gruppo franco-indiano, sta effettuando non solo acquisizioni ma anche perquisizioni con i sequestri di documenti e supporti informatici. L’indagine si concentra sull’operatività di ArcelorMittal.

Tra i documenti contabili che la Gdf di Taranto sta acquisendo negli uffici dello stabilimento siderurgico ArcelorMittal, su delega della procura, ci sono quelli che riguardano l’acquisto delle materie prime e la vendita dei prodotti finiti, considerando le ingenti perdite segnalate dalla multinazionale rispetto alla gestione commissariale. L’inchiesta è coordinata dal procuratore di Taranto, Carlo Maria Capristo, con l’aggiunto Maurizio Carbone e il pm Mariano Buccoliero.

Dopo la decisione di tenere accesi gli impianti, ArcelorMittal ha dato la propria disponibilità ad un incontro con il premier Conte. Le parti si vedranno nella giornata di venerdì quando è previsto un vertice a Palazzo Chigi. Si tratta del primo summit dopo la decisione della multinazionale franco-indiana di lasciare l’Italia. L’apertura al dialogo fa ben sperare per il futuro anche se il cammino continua ad essere ricco di ostacoli. Arcelor, infatti, non sembra aver intenzione di fare passi indietro sulla vicenda dello scudo penale. Ma la discussione in questi giorni potrebbe spostarsi sul nodo degli esuberi.
I nodi da sciogliere sulla vicenda restano due: lo scudo penale e gli esuberi. Se sul primo il governo ha aperto ad un possibile reinserimento dell’immunità, sul secondo Palazzo Chigi non ha nessuna intenzione di fare un passo indietro. Nessun licenziamento per proseguire questo rapporto di collaborazione. La soluzione? Al momento l’unica strada possibile sembra essere quella di un compromesso anche se non sarà semplice visti i precedenti. Ma la questione ex Ilva al momento sembra giocarsi su due fronti. Da una parte abbiamo l’indagine della Procura di Taranto e dall’altra il dialogo tra governo e azienda.

 Nel passato di ArcelorMittal c’è un caso molto simile a quello che sta andando in onda nello stabilimento dell’ex Ilva nella città pugliese. Un precedente emblematico. Che infatti viene ricostruito dagli avvocati dei commissari Giorgio De Nova, Enrico Castellani e Marco Annoni nel ricorso urgente ex articolo 700 al Tribunale civile di Milano.  Un durissimo atto di accusa nei confronti della multinazionale dell’acciaio, che sta cercando di perseguire l’illegittimo intento di sciogliere il contratto d’affitto e i cui comportamenti sono stati programmati per recare il maggior possibile livello di devastante offensività.  Nelle 70 pagine del ricorso gli avvocati si spingono a ipotizzare le “vere ragioni” del modus operandi dei franco-indiani che “sono evidentemente da ascrivere” o “all’intervenuto riscontro della propria incapacità di gestire l’operazione perseguita”, un’interpretazione definita “benevola”, oppure “alla pervicace volontà di eliminare dal mercato definitivamente un proprio concorrente distruggendone l’organizzazione aziendale”.

Per i legali si tratta di un “quadro generale che non può evidentemente che dare fiato a chi, al momento del Contratto, aveva prognosticato che sarebbe rapidamente emerso che ArcelorMittal aveva stipulato il Contratto al solo fine di uccidere un proprio importante concorrente sul mercato europeo“. Quindi la ricostruizione di De Nova, Castellani e Annoni si spinge a duemila chilometri di distanza dalla Puglia, verso nord est: in Romania. “Una situazione – scrivono riferendosi alla questione Ilva – purtroppo non nuova per ArcelorMittal: la vicenda, infatti, spiace dirlo, sta assumendo un inquietante parallelismo con la strategia che ArcelorMittal ha posto in essere alcuni anni fa rispetto a quello che avrebbe dovuto essere il rilancio del centro siderurgico di Hunedoara in Romania“. Nella città nel cuore della Transilvania abitano oggi settantamila persone: negli anni ’90 più di ventimila lavoravano alla Ispat Siderurgica Sa, aperta nel 1884 e poi diventata l’azienda di Stato nella Romania comunista di Nicolae Ceaușescu. “Il centro siderurgico di Hunedoara è stato per lungo tempo uno dei più importanti complessi industriali della Romania, una vera e propria città industriale da novantamila abitanti, di cui più di ventimila impiegati, a vario titolo, nel complesso siderurgico”, ricostruiscono i commissari.
Tra la fine degli anni ’90 e i primi anni duemila, però, la Romania comincia a privatizzare le aziende statali: e nella terra del conte Dracula arriva Mittal. “L’acquisto del centro siderurgico da parte di ArcelorMittal avvenuto nel 2003 nell’ambito delle privatizzazioni del Paese, per il suo perfezionamento comportò all’inizio un drastico ridimensionamento del personale e la dismissione di ampia parte del complesso industriale che l’odierna Resistente presentò come finalizzato ad un pieno rilancio del centro siderurgico: ma le cose sono andate ben diversamente”, continua il ricorso al tribunale di Milano, al quale sono allegati alcuni articoli di stampa sulla Taranto di Romania.

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