Arabia Saudita. Diritto di voto alle donne: una svolta epocale?

C’è chi ha parlato di svolta epocale. Ma ciò che è avvenuto in Arabia Saudita, lo scorso 25 settembre, è solo una breccia in un muro di barbarie, un guado in un fiume di oscurantismo. La concessione del diritto di voto alle donne, la possibilità di candidarsi alle amministrative e di entrare nel consiglio consultivo della shura di sicuro rappresentano, nel paese più conservatore del mondo islamico, un importante passo verso la civiltà. Tuttavia, il cammino verso la modernità è impervio e irto di ostacoli. L’eguaglianza tra i sessi appare ancora una chimera. Il rispetto dei diritti umani una realtà evanescente. L’Arabia Saudita è una monarchia assoluta di stampo waahbita in cui la polizia religiosa pattuglia le strade per garantire che venga rispettata la rigida segregazione di genere. Le donne saudite sono tra le più discriminate del mondo. Non possono viaggiare, lavorare o subire interventi chirurgici senza l’autorizzazione degli uomini. Nonostante le recenti proteste in Africa e Medio Oriente avessero incoraggiato gli attivisti sauditi a chiedere maggiori aperture, finora non si era segnalata alcuna evoluzione. La decisione del re Abdullah di coinvolgere le donne in politica testimonia la volontà di traghettare, seppur lentamente, il paese nel ventunesimo secolo. Rappresenta un graduale superamento dell’interpretazione puritana e intransigente dell’islam, dominante in Arabia Saudita. Una presa di distanze dall’establishment religioso ultraconservatore. Ma le donne saudite si sono già rese conto dei limiti di queste concessioni. E reclamano a gran voce un diritto ai loro occhi maggiormente tangibile rispetto al voto. Un diritto che non ritengono più procrastinabile: quello di mettersi alla guida. Per secoli queste donne si sono viste negare molti diritti inalienabili. E’ quindi lecito che ora avvertano, questa, solo come la prima di una lunga serie di conquiste che intendono realizzare. Nel perpetuare pena di morte, torture, oppressione verso minoranze religiose e politiche, ma soprattutto nell’adozione di atteggiamenti ostili nei confronti di donne, omosessuali e stranieri, l’Arabia Saudita ha spesso convogliato verso di sé considerevoli preoccupazioni sulla condizione dei diritti umani, espresse dal mondo occidentale e dalle più grandi organizzazioni internazionali. Per anni si è guardato con indignazione a quel mondo così diverso e lontano dal nostro, lontano da quel fondamento che è il rispetto della dignità umana, lontano dal principio di una sana eguaglianza. Per questa ragione c’è anche chi considera la promessa di re Abdullah sul voto alle donne troppo poco per esultare. La svolta non è affatto storica. Chi la definisce così o è molto ottimista o fa parte della propaganda del sistema. Di fatto bisognerà attendere ancora altri quattro anni per vedere le donne saudite in fila ai seggi. Soltanto allora si potrà davvero parlare di svolta, cambiamento, rivoluzione. Solo allora si potrà intravedere uno spiraglio affinché realtà come quella dell’Arabia Saudita possano aprirsi ai diritti, alla dignità e ad una non più utopica parità.

 

Maria Teresa Nunziata

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