Alitalia? Salvataggio pubblico inutile, è decotta

C’è un doppio conflitto di interessi su Alitalia, con un piano di rilancio ”sbagliato” messo a punto dal governo e che rischia di essere ”un gelato al veleno”, alimentare politiche protezionistiche e con una cordata di cui ”c’è poco da stare sereni” per una compagnia, quella sì, ”decotta”. A denunciarlo è Marco Ponti, l’esperto di trasporti di recente a capo della commissione incaricata di redigere l’analisi costi-benefici sulla Tav Torino-Lione.

Della nuova Alitalia  e della cordata Mef-Fs-Delta-Atlantia, Ponti ne pensa “tutto il peggio possibile”. Per il tipo di soggetti coinvolti nel consorzio, per le strategia industriale a suo dire sbagliata e per gli scenari “anticoncorrenziali” che si delineano all’orizzonte.

La scelta giusta? ”Vendere la compagnia e poi riorientarla sulle tratte intercontinentali, in modo da bypassare le low-cost. Ai soggetti coinvolti nella cordata ”faccio loro i migliori auguri – dice all‘Adnkronos – ma non c’è da stare sereni. Nessuno di loro si occupa di trasporto aereo, tranne Delta che però ha solo il 15%”.

E poi ”c’è un doppio conflitto di interessi, con Ferrovie dello Stato e Aeroporti di Roma (controllata da Atlantia). Viene da pensare che dietro ci possa essere un tentativo di proteggere Alitalia proprio attraverso questi conflitti di interesse”. Ponti le definisce politiche protezionistiche e anticoncorrenziali”: il rischio, secondo l’esperto, è che le tariffe vengano manipolate appositamente per massimizzare i ricavi in una situazione di semi monopolio. “Si creerebbe una situazione di posizione dominante – dice Ponti – che non è auspicabile”. Ma questo, secondo lui, non avrà ripercussioni sulla tratta Roma-Milano, uno dei punti da chiarire vista la concorrenza ‘interna’ dell’alta velocità ferroviaria. “Su quella tratta il mercato dei treni è già consolidato – dice ancora Ponti – e grazie alla presenza di Italo le tariffe scenderanno ancora”.

In Europa, data la concorrenza delle compagnie low cost ormai difficile da battere, Alitalia dovrebbe puntare piuttosto sulle lunghe distanze.“Occorrerebbe spostare tutto il progetto industriale su questo – continua l’ex commissario Tav –, ma per farlo bisognerebbe non avere pressioni politiche che spingano per mantenere le tratte nazionali, oltre a parecchi soldi per adeguare la flotta di Alitalia che al momento non è attrezzata per i voli intercontinentali. Eppure è questo l’unico vero modo per rilanciare la compagnia”. Margine di crescita ce n’è, dato che gli italiani volano ancora poco rispetto ad altri Paesi con pari reddito.

Detto ciò, per Ponti il peccato originale di Alitalia resta il sostegno incondizionato dello Stato, sia in termini di soldi sia di garanzie. Quel “gelato al veleno”, come lo definisce lui, che fa sì che quando si tratta di Alitalia si è consapevoli che in qualche modo ce la si caverà. “La causa della sua malattia – dice ancora il professore – è stata proprio la certezza politica che la compagnia non sarebbe mai fallita. Tutti gli stakeholder sapevano che non potevano fallire e, contando su questo, sul fatto che lo Stato li avrebbe salvati, hanno fatto quello che volevano. Alitalia sarebbe dovuta essere venduta normalmente, senza riservarle un trattamento di favore“.

I lavoratori, specifica Ponti, vanno tutelati “come quelli di tutti le altre categorie”, non in modo privilegiato. Anche alla luce delle migliori possibilità di ricollocamento degli occupati del comparto aereo rispetto ad altri lavoratori. “E tutto questo – conclude Ponti – per tenere in piedi una società che, questa sì, si può ben definire ‘decotta’. La si considera ancora compagnia di bandiera, anche se serve una piccola quota di mercato italiano e estero. È una compagnia di bandiera solo di nome, non di fatto”.

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