Sono in scena in questi giorni al Teatro Vascello le ultime repliche di Metadietro, il nuovo lavoro di Antonio Rezza e Flavia Mastrella, una delle coppie artistiche più radicali e necessarie del teatro italiano. Un appuntamento che, come sempre quando c’è Rezza di mezzo, non è semplicemente uno spettacolo ma una prova di resistenza emotiva, mentale e fisica per chi guarda.
Dire di cosa “parla” Metadietro è, come sempre, quasi impossibile. O meglio: lo si può tentare, ma si fallisce. Rezza non racconta storie: mette in cortocircuito il mondo. Ogni suo spettacolo parla di noi, delle nostre ossessioni, dei nostri tic, dei nostri bug interiori, delle paure, delle piccole nevrosi quotidiane e delle grandi follie collettive, e li porta in scena non con le parole ma con il corpo. Un corpo scattante, indomabile, che non sembra subire lo sfarinamento del tempo e che continua a essere, senza esagerazioni, il più potente strumento performativo del teatro italiano.
Non azzardo paragoni con i performer europei: non ne ho una mappa completa. Ma quello che vedo, da anni, è che Antonio Rezza è ancora oggi il miglior performer che abbiamo, un unicum che nessuno riesce a imitare, perché il suo teatro nasce da una zona che non è imitabile: quella dell’inconscio che esplode.
In Metadietro questa esplosione incontra, come sempre, l’universo visivo di Flavia Mastrella, che non costruisce scenografie ma habitat mentali. Strutture mobili, superfici, varchi, impalcature che diventano di volta in volta nave, edificio, rifugio, trappola, campo di battaglia. Tutto lo spettacolo ruota intorno a queste forme che cambiano continuamente, costringendo il corpo di Rezza a una lotta perpetua con lo spazio, come se la realtà stessa fosse un nemico da attraversare.
Il comunicato parla di ammutinamento, di un ammiraglio blu elettrico, di un’umanità intrappolata in una nuova preistoria tecnologica. Ma ciò che davvero arriva in platea è un senso di spostamento permanente: nessuno è più al posto giusto, nessuno abita davvero ciò che fa, le parole non coincidono mai con le azioni, i ruoli sociali sembrano maschere incollate male. Ed è proprio lì che Rezza si infila: saltimbanco, profeta storto, genio scomodo che ci restituisce il nostro stesso smarrimento.
È un teatro assurdo, sì. Ma non perché è astratto: perché la vita è assurda, e Rezza-Mastrella la mettono in scena così com’è, senza tentare di darle un senso consolatorio. Noi non capiamo davvero perché facciamo quello che facciamo, non capiamo gli altri, non capiamo le dinamiche collettive, politiche, storiche. Metadietro è il ritratto di questa incomprensione radicale.
E anche quando non si coglie “il messaggio”, ammesso che esista, si ha sempre la sensazione che sia necessario esserci. Perché ogni spettacolo di Rezza è imperdibile non per ciò che spiega, ma per ciò che smuove.
Nota non secondaria: questa volta Rezza non espone le parti basse, che talvolta fanno parte del suo armamentario iconoclasta. Niente corse circolari con mano a cucchiara a protezione del pene. Un dettaglio curioso, quasi di pudore inaspettato. Ma in scena brilla invece l’altro corpo, quello dell’attore che lo accompagna, Daniele Cavaioli, presenza silenziosa e precisissima, che regge il gioco con una bravura rara, e che rimane addosso allo spettatore come una traccia emotiva.
Metadietro è uno di quegli spettacoli che non si archiviano: restano come un rumore interno, un corto circuito che continua a lavorare anche dopo gli applausi. E proprio per questo, nelle sue ultime repliche al Vascello, andrebbe visto. Non per capire, ma per perdersi.
Barbara Lalle
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