Al Teatro Argentina di Roma, in scena fino al 29 marzo ‘Antigone’ di Sofocle, con la regia Federico Tiezzi

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Barbara Lalle la sua recensione su ‘Antigone’ in scena al Teatro Argentina di Roma fino al 29 marzo. 

 

 

Una tavolata di parenti, si mangia lentamente e si sta insieme, inanellando le generazioni intorno al desco, tra silenzi e screzi, sottolineati dagli archi del brano On the Nature of Daylight del compositore tedesco Max Richter, già parte della colonna sonora del film Shutter Island di Martin Scorsese,

Dopo 1576 anni dalla prima rappresentazione alle Grandi Dionise che nel 442 d.c. ad Atene, è così che inizia la nuova Antigone, sempre di Sofocle, ma con la regia di Federico Tiezzi in scena fino al 29 Marzo 2018 al Teatro Argentina di Roma.

La tragedia che conclude il ciclo di drammi tebani ispirati al fatale destino di Edipo, re di Tebe, e del suo clan, descrive gli eventi successivi alle altre due tragedie di Sofocle, l’Edipo re e l’Edipo a Colono, narrando la vicenda di Antigone, figlia di Edipo, che sceglie di seppellire il corpo del fratello Polinice contro la disposizione del nuovo re di Tebe, suo zio Creonte.

Scoperta, Antigone viene carcerata dal re: vivrà il resto dei suoi giorni imprigionata in una spelonca. Grazie alle profezie dell’indovino Tiresia e alle suppliche del coro, Creonte rivede le proprie posizioni e dispone di liberarla, inutilmente però, perché Antigone nel mentre si suicida con la corda. Il figlio di Creonte, Emone, innamorato promesso sposo di Antigone compirà quindi lo stesso gesto. Anche sua madre Euridice, la moglie di Creonte, si toglierà la vita lasciando il non più potente Creonte, solo, a maledire la propria insensatezza.

Non è un dramma familiare, quello di Antigone, o comunque lo è solo come spunto iniziale. Creonte zio, è soprattutto il rappresentante del Potere e della Corona contro la cui legge, la giovane eroina contrappone, la sua di legge, quella naturale, l’etica.

La regia di Tiezzi che su Sofocle e con Sofocle ha già lavorato, rimanda al pubblico tutta la gravità del mito, evocando l’antico in una allestimento contemporaneo. Giochi di luce, video mapping e proiezioni arricchiscono la scena curata da Gregorio Zurla, rendendola a volte arcana a volte astratta. Sono al servizio della regia per evocare percezioni e arricchire di significati, ma non sono mai finalizzati alla mera spettacolarizzazione, alla fruizione ruffiana, al moderno per il moderno, a superficiale effetto. I costumi di Giovanna Buzzi sono monocromi, rimandano ai panneggi ellenici ed ai colori del bianco del nero e del rosso. Il famoso rosso γένος. Con maniche lunghe e vesti  da dignitari orientali gli anziani di tebe con postura cifotica rimandano ad asserviti mandarini cinesi. Tiresia sembra il Cappellaio Matto di Tim Burton e restituisce, con rottura, la folle ambiguità, in primis estetica, dell’oracolo.

Siamo pervasi dalla morte, in un cianotico ambiente che rimanda all’obitorio, alle stanze autoptiche, alle istituzioni totali manicomiali con grandi finestroni da cui viene luce, solo esterna.

Barelle da ospedale, odore di dissezione. I personaggi, dei death man walking spesso sdraiati quasi ricomposti, vengono movimentati, ancora non trapassati, su tavoli a ruote. Scheletri di famiglia abbracciati agli ancora per poco vivi, sono parte della famiglia. E ne sono scultura commemorativa.

Il testo tradotto da Simone Beta e adattato da Sandro Lombardi, Fabrizio Sinisi in collaborazione con il regista stesso, mantiene tutta la carica ritmica e semantica dell’originale greco e trasferisce con forza tutti i nodi attraverso la ottime capacità attoriali del cast: Ivan Alovisio, Francesca Benedetti, Marco Brinzi, Carla Chiarelli, Lucrezia Guidone, Lorenzo Lavia, Sandro Lombardi, Francesca Mazza, Annibale Pavone, Federica Rosellini, Luca Tanganelli, Josafat Vagni, Massimo Verdastro.

Antigone non deve ubbidire. E’ decreto che fa schifo. Sul corpo del fratelli una simbolica manciata di polvere val bene la vita. Antigone è una partigiana, Antigone andrebbe vista di continuo perché ci ammonisce: chi non si ribella è colpevole.

Barbara Lalle

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