Una biografia, ad un anno dalla morte di don Franco Monterubbianesi – fondatore della Comunità di Capodarco era necessaria perché a questa figura religiosa e laica insieme, la storia del nostro paese deve molto in termini di riconoscenza per aver dato concretezza al concetto di parità di diritti dei disabili.
Maurizio Marotta già lo scorso anno, appena dopo la morte di don Franco, sentì l’esigenza di raccontarlo per far conoscere la sua rivoluzione sociale e per spronare i lettori a fare proprio l’insegnamento di questo sacerdote ad impegnarsi e a non lasciare nulla di intentato per raggiungere obiettivi sacrosanti per le persone, nonché per “dirgli, ancora una volta, grazie per la vita che mi ha donato. Ma non con la nostalgia, bensì con una gratitudine viva, accompagnata dalla consapevolezza che la sua opera non è finita”. Negli ultimi mesi ha ripreso in mano il libro e lo ha integrato con le testimonianze di chi insieme a lui ha vissuto quell’esperienza e ne ha fatto il centro della sua vita, Don Vinicio Albanesi, Augusto Battaglia, Matteo Amati e Michelangelo Chiurchiù. Marco Damilano molto ha assimilato nell’esperienza in Comunità prima di intraprendere la sua carriera. Lo stesso don Ciotti si formò presso la Capodarco.
L’esperienza di Marotta e di alcune delle personalità ricordate, è stata ed è una missione laica, perché il cristianesimo si è spesso coniugato con le dottrine sociali di alcune parti politiche. La lotta per una società giusta non veste solo la tonaca, ma anche il fazzoletto rosso, la tunica arancione e così via. “Chi non è contro di me, è con me”.
Un duplice intento quindi quello di Marotta: salvaguardare la memoria e rilanciare una domanda: che cosa facciamo, oggi, dell’esperienza di vita che Don Franco ci ha lasciato? Proprio sull’eredità di un “visionario” come questo sacerdote che dobbiamo interrogarci e con urgenza.
Con queste premesse, lo scorso 11 maggio a Roma, presso il locale Fermentum messo a disposizione dalla cooperativa sociale Mansell, si è svolta la presentazione della nuova edizione integrata del libro “Don Franco Monterubbianesi – La storia di un profeta tra terra e cielo”. L’incontro ha registrato una partecipazione molto significativa di quasi cento persone tra membri della Comunità di Capodarco, operatori sociali, educatori, volontari, rappresentanti del mondo della cooperazione sociale, amici e persone che negli anni hanno condiviso il percorso umano e civile avviato da Don Franco. Nel corso della serata si sono alternati interventi che hanno ricordato non soltanto la figura di Don Franco, ma anche il ruolo storico svolto dalla Comunità di Capodarco nei suoi oltre sessant’anni di attività, contribuendo ai grandi processi di trasformazione sociale del nostro Paese: inclusione scolastica e lavorativa delle persone disabili, servizio civile, agricoltura sociale, comunità educative, esperienze internazionali e riflessioni sul “dopo di noi”.
L’articolo 3 della nostra Costituzione introduce il principio di uguaglianza, con le seguenti parole:
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Quindi dal riconoscimento della pari dignità si passa con il comma 2 all’introduzione dell’uguaglianza sostanziale, che prevede che lo Stato si attivi per rendere effettivo questo diritto, ma purtroppo ancora oggi non lo vediamo del tutto attuato.
Maurizio Marotta, sedicenne curioso, frequentava la parrocchia di Conca d’Oro animata da don Vinicio Albanesi – uno dei maggiori collaboratori di don Franco e anch’egli ispirato da un modo di portare la tonaca fuori dall’ordinario – e così conobbe la Comunità. In seguito, il primo viaggio a Capodarco di Fermo dove l’incontro con Don Franco fu una folgorazione. “Attorno a lui c’erano persone con varie disabilità, alcuni in carrozzina, altri nelle barelle, altri con menomazioni diverse e giovani volontari che aiutavano a comunicarsi, e il pane – pane vero – che veniva spezzato e …vibrava qualcosa di profondamente autentico.” L’autenticità colpisce sempre i giovani. Li coinvolge. Maurizio iniziò a indirizzare la sua esistenza verso l’esperienza comunitaria. In Comunità visse la vera condivisione “di una vita nuova, vissuta a servizio degli altri, che improvvisamente dava concretezza ai nostri ideali di umanità e ci rendeva protagonisti del nostro futuro” e conobbe Silvana, disabile impegnata nelle attività della Capodarco con don Franco, che divenne poi sua moglie. L’ apertura di una nuova sede della Comunità a Roma diede ancora più ampio respiro al progetto di don Franco, ma la realtà materiale dei fondi occorrenti per l’acquisto degli edifici di via Lungro e per tenere in piedi la struttura necessitavano di interventi economici di altra natura. Maurizio ormai viveva in comunità e da queste necessità e dagli insegnamenti di padre Monterubbianesi prese vita la sua attività imprenditoriale con la creazione delle prime cooperative sociali, che erano insieme soggetti economici in grado di competere sul mercato e strumenti d’inclusione vera dei disabili nella società attraverso il lavoro. Sotto la sua direzione la Cooperativa Capodarco negli anni si impegnò in attività economiche come l’elettronica, la florovivaistica, la ceramica, l’agricoltura, fino al grande progetto del Recup che dotò la Regione Lazio, prima di altre, di un sistema unico di prenotazione delle prestazioni mediche con un’organizzazione che dava lavoro ad 800 disabili. Nacque il CO.IN. Consorzio Cooperative Integrate, che le raggruppava e ne gestiva le esigenze sino a divenire uno dei soggetti promotori della Legge sulle cooperative sociali. Da lì ad oggi, la sua vita è stata quotidianamente dedicata al progetto dell’inclusione dei disabili.
Michelangelo Chiurchiù storico esponente della Comunità aprendo gli interventi della presentazione al Fermentum, ha affermato categoricamente “Non è un incontro di reduci”.
Si possono sentire reduci di un’epopea passata, di una stagione ideologica ormai conclusa, persone che hanno dedicato l’esistenza a questi problemi e ai diritti sociali? Come non ne avessimo bisogno ora che, nel tempo complesso e difficile che stiamo vivendo, constatiamo ogni giorno quanto i diritti più elementari e che davamo per acquisiti, siano intrinsecamente fragili, esposti alle ragioni della politica, dell’economia e della finanza che li stracciano in nome di esigenze “superiori”. Persino il diritto alla vita viene calpestato nel nuovo assetto geopolitico mondiale, dove ritorna con prepotenza la legge del più forte, del più armato.
Siamo ad un bivio, se non ridiscutiamo di quale comunità vogliamo far parte, se ci lasciamo trascinare dall’idea che la tecnologia risolverà da sola i nostri problemi, rischiamo di precipitare in un baratro. Come i pionieri della Comunità di Capodarco bisogna rimboccarsi le maniche e fare.
Augusto Battaglia, tra i protagonisti della storia capodarchese e poi parlamentare impegnato sui temi della sanità e dei diritti, di don Franco racconta la forza concreta, la lucidità visionaria e la capacità di concretizzare le sue intuizioni più ardite. Nel contributo al libro descrive la “forza di una visione: Che altro poteva fare nella vita uno che in seminario veniva chiamato il poveraìo, se non caricarsi – non solo metaforicamente – una decina di giovani handicappati e, con una buona dose d’incoscienza, portarli in una vecchia villa abbandonata per fondare la Comunità di Capodarco nel Natale del 1966? Iniziò tutto così.
Don Franco si formò presso il Collegio Capranica di Roma dove studia teologia e filosofia, e avrebbe potuto fare carriera nella Chiesa aspirando ad incarichi istituzionali o all’episcopato. La sua scelta, invece, fu di vivere accanto ai disabili, al grido di “Basta con il pietismo!” perché all’epoca i portatori di handicap erano spesso chiusi in istituti o confinati nelle loro case, oggetto della carità assistenziale cristiana e laica. Ma don Franco voleva renderli soggetti di vita attiva, padroni della propria esistenza attraverso il lavoro, nella vita affettiva e familiare: fu il primo sacerdote a celebrare matrimoni fra disabili e fra disabili e no, scandalizzando gerarchie ecclesiastiche e benpensanti. “Questo approccio contribuirà a cambiare, negli anni, il modo di guardare alla disabilità e alle discriminazioni. La legge 118/1971 darà impulso all’abbattimento delle barriere, alla mobilità, alla partecipazione alla vita pubblica. Seguiranno le norme sull’inserimento lavorativo, l’edilizia popolare accessibile, la scuola inclusiva, fino alla Legge 104/1992”.
Marotta parla di “Una santità laica, concreta, generativa”, “C’è una santità che non passa dagli altari, ma dalla vita”. Una santità imperfetta, profondamente umana segnata anche da errori, da eccessi, da scelte discutibili. Ma, soprattutto, generativa. Perché ha prodotto comunità, relazioni e ha stimolato percorsi di vita. Santità come “possibilità concreta per chi sceglie, ogni giorno, di vivere per gli altri”. Quante volte il Vangelo è uscito dalle pagine rilegate per farsi vita concreta? In quegli anni tanti sacerdoti si sono impegnati. Padre Monterubbianesi non diede vita ad un progetto religioso in senso stretto né ha mai cercato riconoscimenti ufficiali: il suo rapporto con l’istituzione Chiesa non è stato sempre lineare, ma lui si è sempre sentito dentro la Chiesa, pur nella radicalità del suo Vangelo fatto di lavoro e di mani sporche e sudate. In questi anni, Papa Francesco e il cardinale Matteo Zuppi hanno espresso attenzione e sintonia verso esperienze come quella di Capodarco. Il cardinale Zuppi nella sua recente partecipazione alla trasmissione di Lilli Gruber ha parlato di “visioni” di società da riportare nelle agende politiche. E di partecipazione, che si fa sempre più scarsa.
Con l’aiuto decisivo di Marisa Galli una donna forte, portatrice di una severa disabilità, la tetraparesi spastica, ma con intelligenza vivacissima e una forza d’animo speciale, Don Franco dà vita al nucleo iniziale della Comunità. Cerca una casa a Loreto, poi individua una villa abbandonata a Capodarco. Il primo nome è “Centro Comunitario Gesù Risorto”. La Resurrezione è il momento più profondo del cristianesimo, il Corpo con l’anima riprende vita e vita non mortale. Il nome è simbolico quanto mai. Su uno dei tanti treni per Lourdes dove aveva prestato servizio, don Franco aveva lanciato l’appello “La voce degli esclusi”: rispondono pochi volenterosi, inesperti e con problemi fisici, ma entusiasti di collaborare in prima persona, Marisa, Michele, Lucio, Emma, Maurizio, Luciano, Giovanna, Gianfranco, Annarita, Gina. A questi si aggiunsero via via sempre più volontari, Augusto Battaglia li descrive “ragazze e ragazzi, obiettori di coscienza e volontari d’oltreconfine, studenti e operai, reduci del Sessantotto e avanzi di sacrestia, aspiranti preti e preti spretati, bianchi e neri, giovani dalle forme atletiche o storpiati nelle membra, sognatori senza arte né parte e aspiranti rivoluzionari, fini intellettuali e ignoranti persi”, ad ognuno un compito, in ognuno una risorsa. Le rivoluzioni partono dal basso, pala e piccone, fionda, braccia: quando la storia ci parla dei grandi movimenti popolari in prima fila c’è sempre gente così, nessuno arriva in carrozza o in limousine. Da questa energia fisica e spirituale nacquero laboratori nei vari settori che potevano offrire opportunità di lavoro e crescita. Agricoltura, artigianato, meccanica e altro ancora.
Don Vinicio Albanesi nel libro sottolinea “Don Franco rompe definitivamente il tabù del pietismo: ogni persona ha una dignità piena – affettiva, lavorativa, relazionale, sociale – e va valorizzata senza esclusioni.” Finché si guarda il prossimo da un gradino più alto, che sia sociale, razziale, culturale, fisico, non si attua mai la piena eguaglianza tra le persone. Per questo la dimensione comunitaria costituiva la piena realizzazione del progetto di Don Franco: la comunità è composta da pari che si dividono lavoro e responsabilità e decidono democraticamente. Nel mondo imprenditoriale la cooperativa ne compendia gli scopi e le forme. E ancora, “Nella storia dei sacerdoti “fondatori”, dei pionieri nel silenzio del sociale italiano (come quelli incontrati con Don Ciotti negli anni ’80), Don Franco è stato certamente una delle voci più originali, coraggiose e profetiche. Un sacerdote visionario, al limite dell’incoscienza, come amava definirsi “fondatore”. Una figura che ha inciso profondamente nella storia sociale del nostro Paese.”
Michelangelo Chiurchiù, da anni impegnato per l’Africa, ricorda un incontro nella Villa di Capodarco organizzato nel 1968 da Don Franco con l’Abbé Pierre, fondatore delle comunità Emmaus. Le sensibilità affini trovano modo di conoscersi. “Un incontro, proprio agli inizi della storia della Comunità, nel quale si parlò dell’emarginazione e dei poveri come fenomeno internazionale, frutto di meccanismi di potere e di scelte politiche, sociali ed economiche sbagliate”. Possiamo ora dirci fuori da queste logiche? Con l’infinito massacro dei palestinesi, e proprio ora che parliamo di respingimenti o inventiamo il termine “remigrazione”, gentile calcio in… eseguito in massa? Da questa esperienza germogliò un altro seme che si tradusse anni dopo nell’avvio di comunità internazionali, in Ecuador per esempio.
Marotta afferma, “Oggi, in un mondo attraversato da guerre, divisioni, disuguaglianze crescenti e nuove forme di esclusione, l’idea di una “spiritualità umanistica” non è più soltanto un richiamo etico, ma una necessità concreta. Non qualcosa di astratto, ma un criterio con cui misurare la qualità della nostra convivenza. È un principio che interpella i governi, chiamati a costruire politiche capaci di includere e non escludere”.
La missione di don Franco per i disabili è stata accompagnata da un’altra lotta sociale e civica di grande rilievo: il riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza. Negli anni ’70 e ’80 si rischiava l’arresto per renitenza alla leva e in questi casi il reato si estendeva a chi nascondeva gli obiettori divenendone complice. Don Franco lo faceva: nell’incontro dell’11 maggio Matteo Amati ha ricordato la sua personale fuga da un obbligo per cui sentiva orrore e l’aiuto a lui e ad altri clandestini da parte di questo sacerdote. Che non fu l’unico, a testimonianza di una parte della Chiesa che si è sempre schierata senza compromessi per il rispetto di valori superiori come la pace e l’eguaglianza sostanziale. In quegli anni di ribellione, impegno politico e profonda inquietudine di tanti giovani, accogliere gli obiettori fu una scelta precisa: stare dalla parte di chi rifiutava la violenza e cercava una strada diversa. Aprire al servizio civile significava canalizzare energie fresche e vive nella realtà del bisogno, delle fragilità umane e sociali. Nel libro Marco Damilano racconta la sua esperienza di servizio civile in Comunità insieme ad altri “ragazzi, obiettori di coscienza, appassionati di tutto, travolti da quel prete che tornava dal mondo e celebrava la messa con un pezzo di pane e un bicchiere di vino sul tavolo della mensa dove si condividevano desideri, rabbie, indifferenze, propositi di rivoluzioni, la vita.”
Da queste esperienze nacque la normativa nazionale sul servizio civile. Possiamo dire che ora questi temi siano superati? Ora che da più parti si invoca il riarmo, una difesa ben armata che assomiglia sempre di più ad un assetto da guerra, specialmente quando prevede in nome della deterrenza atomica, che si provveda ad averne di queste bombe ed a schierarsele uno contro l’altro, in attesa della prima infelice mossa di qualcuno. È ora che dobbiamo far sentire la nostra voce di netto rifiuto delle armi come soluzione, di “ripudio” della guerra così come espresso chiaramente in Costituzione.
L’incontro dell’11 maggio è stato concluso dall’On. Roberto Morassut, anch’egli passato per la Comunità, che ha sottolineato l’attualità dei temi affrontati dal libro: pace, fragilità sociale, solitudine delle famiglie, diritto alla casa, invecchiamento della popolazione e bisogno di nuove forme di comunità. Dalle esperienze vissute direttamente all’interno della Comunità di Capodarco emerge non solo una biografia, ma la storia di una stagione fondamentale della storia sociale italiana, che ha coinvolto migliaia di giovani, famiglie, operatori sociali e persone disabili dagli anni ’70 fino ad oggi.
“Sono colpevole… colpevole di aver amato il prossimo… di aver aiutato chi era considerato inutile.”
Don Franco rivolse a sé stesso questo j’accuse.
La sua vita testimonia che il Vangelo può ancora essere vissuto come forza trasformativa della storia, non come memoria del passato, ma come possibilità concreta per il presente. Lui andava avanti, forte di una convinzione incrollabile: il Vangelo non può essere neutrale davanti all’ingiustizia. Era animato dalla convinzione che la trasformazione del mondo passa attraverso le nuove generazioni. Parlava di comunità, di giustizia, di un mondo che stava smarrendo sé stesso dietro al consumismo, mentre i più fragili restavano indietro. Bussava ad ogni porta, istituzionale ed ecclesiastica,
Abbiamo oggi la necessità di reinserire nel dibattito politico e sociale una “visione” di società che riporti al centro queste istanze, l’umanità viva e i suoi bisogni e le esperienze dei visionari che ci hanno preceduto possono essere fonte di concreta ispirazione, farci credere come don Franco affermava che “l’utopia, per essere vera, deve camminare”. Il più grande risultato di Capodarco è stato generare persone capaci di originare a loro volta processi di cambiamento.
“Non bisogna avere paura della parola utopia. È ciò che ci fa muovere, ci fa uscire, ci fa andare. Ma perché sia vera, l’utopia deve camminare sulle nostre gambe, deve vivere nelle nostre scelte, anche piccole, anche quotidiane.”
Questa biografia offre ai lettori l’occasione per porsi dei dubbi su quanto vogliamo delegare ad “altri”, istituzioni, volontariato e quanto siamo disposti a fare in prima persona. L’augurio di Maurizio Marotta è che, “Se questo libro saprà non solo ricordare, ma anche inquietare e mettere in movimento, allora avrà davvero compiuto il suo compito.”
Il libro Don Franco Monterubbianesi – La storia di un profeta tra terra e cielo è disponibile su Amazon
Isa Maiullari
ProgettoItaliaNews Piccoli dettagli, grandi notizie.
