A Roma, fino all’ 8 novembre, ‘OFF/OFF THEATRE FESTIVAL’ mette in scena ‘L’effetto che fa’, spettacolo teatrale scritto e diretto da Giovanni Franci

Riceviamo,  e volentieri pubblichiamo, da Barbara Lalle e Roberto Staglianò la seguente recensione:

                                                                            ‘L’effetto che fa’

 

Nessuno, finora, è riuscito a capire la storia di Marco, Luca e Manuel, di un omicidio, di tanta violenza e finché una storia non si capisce, non si può archiviarla. Non si riesce a perdonare. Così recita Riccardo Pieretti- Luca Varani nella piéce teatrale ‘L’effetto che fa’. Il 31 ottobre è stata la data di debutto nel nuovo spazio di Roma, l’Off/Off Theatre, sarà in scena fino all’8 novembre.

‘Me chiamo Luca, c’ho ventitré anni, vivo a La Storta, periferia nord de Roma. So’ stato adottato quando c’avevo quattro mesi da un orfanatrofio de Sarajevo. So’ fiio de’ guera’. E’ la notte tra il 4 e il 5 marzo 2016, Luca Varani, riceve un sms: soldi in cambio di prestazioni sessuali e cocaina. Sfortunatamente risponde a quel messaggio-proposta. Quando Marco e Manuel l’hanno visto entrare nell’appartamento del Collatino, periferia est di Roma, ‘è scattato un clic’, hanno realizzato che la vittima sarebbe stato lui perché la brutalità dei due carnefici poteva e l’ha avuta vinta sulla sua fragilità Luca era vispo, allegro, ingenuo, intelligente, logorroico e aveva un grande bisogno di essere accettato dagli altri. Lo descrivono in questo modo i suoi amici e conoscenti. Aveva lasciato la scuola serale senza diplomarsi, ma forse avrebbe recuperato in seguito. Aveva una ragazza che amava cucinare per lui, che si era tatuata il suo nome sul braccio e con lei era stato fino al giorno precedente alla sua morte.

Manuel è in macchina con suo padre per recarsi al funerale di un parente nelle Marche. Quella mattina il padre nota qualcosa di strano e fa qualche domanda al figlio. Manuel risponde di aver fatto uso di cocaina, di avere compiuto un omicidio insieme ad un suo amico e che il cadavere della vittima è ancora in casa sua. I carabinieri trovano il corpo massacrato di Luca, disteso sul letto, avvolto in un piumone. Ammettendo subito la propria responsabilità Manuel indica come suo complice Marco, il quale viene trovato in una camera d’albergo, a piazza Bologna, dove aveva tentato di suicidarsi. Manuel e Marco dichiarano di aver attirato la vittima in quell’appartamento con l’intenzione di fare del male a qualcuno e di aver torturato Luca con circa cento coltellate e martellate, per due ore fino alla morte, per vedere l’effetto che fa Questa risposta data agli inquirenti è anche il titolo dello spettacolo teatrale scritto e diretto dal giovane autore Giovanni Franci il quale ha dichiarato di aver vissuto un grande malessere a causa di questa storia. Si può presumibilmente ipotizzare che rielaborare nella forma di un testo teatrale la sofferenza provata, vuole essere un mezzo e l’occasione per una riflessione collettiva; non solo su una generazione, ma sulla società in genere. I protagonisti sono tre attori trentenni e coetanei dei veri protagonisti della storia, Valerio Di Benedetto (Manuel Foffo), Riccardo Pieretti (Luca Varani) e Fabio Vasco (Marco Prato).  Entrare nelle loro teste, piuttosto che nei dettagli morbosi delle loro vite, è un dovere morale e una responsabilità di tutti noi.  Facile è analizzare un fenomeno, difficile è trovare una via d’uscita, una speranza a tutta l’anarchia del male.

L’autore e gli interpreti rimandano al pubblico parti della storia fedelmente ricostruite, stimolando emozioni, riaccendendo sentimenti. Provare a contestualizzare e ad umanizzare la disperazione e il malessere di Manuel e Marco non vuol dire assolverli. Per provare a capire tutto questo enorme buco nero dove convergono conflitti con il padre, non accettazione di sé, del proprio corpo, della propria sessualità, referenzialità dell’ego, repressione, omofobia, bullismo, autodistruzione…bisogna saper ascoltare senza giudicare, guardarsi allo specchio così come può essere fatto solo in teatro.

Lo spettatore viene accompagnato in una performance a circuito introspettivo dove al susseguirsi degli eventi corrispondono tante incontenibili e convulse emozioni. Il linguaggio è forte, esplicito, crudo, mai inopportuno. La scenografia è simbolica e minimalista. I corpi vengono esibiti, ogni dettaglio è funzionale per la trasposizione didattica di un fatto di cronaca. Laddove finisce la ripresa giornalistica, l’occhio indiscreto della telecamera, comincia il lavoro teatrale millenario, pedagogico e letterario.

Si realizza così la liturgia: il corpo di Luca Varani giace inerme, nudo, su un enorme mensa sacra, sotto la luce fredda e bianca.  In una scena statica, Manuel e Marco, le loro mani e il viso, sono sporchi del suo sangue vermiglio. Solo loro rimarranno marchiati indelebilmente di rosso fino alla fine. Luca, ridestandosi dalla morte fisica e prima di rivestire i propri panni, tendendo in alto le braccia, esibirà il proprio corpo senza ferite, integro. Sorride nel climax di una fortissima, intensa suggestione iconografica.  E’ un quadro in movimento e ricorda Emergence (2002 Emersione) il video di Bill Viola in cui Cristo risorge e rinasce, il suo corpo eburneo emerge da un sarcofago che è anche fonte battesimale. La vita, la morte, la purificazione, la luce, il buio, il vuoto, il prima, il dopo. Niente sarà più come prima, dopo.

 

Breve intervista al regista:

Ricostruire i fatti è compito dei giornalisti, definire l’entità di un reato è prerogativa della giustizia, quali sono le più grandi difficoltà che avete incontrato nel mettere in scena un fatto così incomprensibile e spietato trasformandolo in opera teatrale?

La difficoltà maggiore è stata quella di mantenere le promesse che mi ero fatto prima di iniziare ad affrontare un lavoro del genere, volevo infatti che i personaggi ed i fatti raccontati diventassero qualcosa di più grande, di universale, che potessero quindi riguardare tutti noi.  In un modo o nell’altro siamo tutti coinvolti in questa storia, dobbiamo tutti porci delle domande e l’assemblea del teatro è una buona occasione per provare a trovare delle risposte.

Nel suo monologo finale, viene inserito nel ruolo di Foffo un elemento rivoluzionario, l’omicidio di uno sconosciuto al posto del più banale padre da uccidere. Può spiegare meglio quali sono gli aspetti di questa rivoluzione e cosa rappresenta lo sconosciuto da sopprimere?

In questo caso non parlerei di rivoluzione, quello di Manuel non è un gesto rivoluzionario, le rivoluzioni portano a cambiamenti positivi. Quello di Manuel è un gesto anarchico, esprime tutta l’anarchia del male, che di solito è appannaggio dei potenti, dei dittatori, dei nichilisti, dei folli. In un certo senso Manuel ha voluto rovesciare tutti i valori fondamentali della società civile, sentendosi inadatto a questa società, invece di spendersi verso un possibile cambiamento, come ogni uomo nella sua crescita intellettuale ed etica solitamente fa, lui ha preferito mandare all’aria tutto, una scelta vigliacca, che nulla ha a che fare con la rivoluzione.

In questa storia hanno un ruolo predominante i maschi: maschi alfa, repressi, depressi, padri inarrivabili, ingombranti o manipolatori. Maschi omosessuali, bisessuali, transgender, fratelli maschi eterosessuali. L’assenza delle madri in scena rappresenta la mancanza o l’insufficienza di un ruolo materno nella realtà di protagonisti?

E’ molto interessante che tu abbia notato questo , perché ha spaventato molto anche me. Sì, i maschi in questa storia sono onnipresenti, ma al collasso. La totale assenza della figura femminile non fa che acuire il senso di non speranza che grava su tutta questa storia. Io, da regista, proprio per questo, ho sentito il bisogno di inserire l’elemento femminile nella voce fuori campo di Alessia Innocenti che prima descrivere l’assenza di coordinate di bellezza nella Roma di notte, poi i dettagli atroci delle torture inflitte alla vittima. Inserire questa voce femminile fuori scena, in questa storia che è un tripudio di testosterone, è un segno politico.

Finché una storia non si capisce non la si po’ nemmeno archiviare, perdonare. Si è parlato filosoficamente di disperazione nell’affermazione o negazione dell’io. Qual è il pericolo più terribile: sperimentare la morte o la vita?

Non c’è nessun pericolo a sperimentare la vita.  L’esercizio della morte, della mortificazione, dell’umiliazione, invece, sono la negazione del nostro io, di quello che siamo, per questo è un esercizio  imperdonabile.

Foto di Marco Aquilanti

Barbara Lalle e Roberto Staglianò

 

 

 

 

 

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