A Roma “Con la carabina”: entrare in scena quando l’incubo è già cominciato

Entrare in sala quando lo spettacolo è già cominciato. Non assistere, ma essere dentro. È questa la prima, destabilizzante sensazione che accoglie il pubblico di “Con la carabina”, in scena a Roma allo Spazio Diamante dal 27 gennaio al 1 febbraio, per la regia e lo spazio firmati da Licia Lanera. Non c’è introduzione, non c’è distanza protettiva. Si entra direttamente nella tana dei protagonisti, in un incubo che non aspetta lo spettatore ma lo ingloba.

Siamo di fronte a un atto unico, compatto, claustrofobico, che inchioda per un’ora senza mai concedere tregua. I protagonisti sono due, interpretati con impressionante precisione da Danilo Giuva ed Ermelinda Nasuto, carnefice e vittima che si scambiano continuamente di posto, nel passato e nel presente, in un gioco crudele e lucidissimo di ribaltamenti. La drammaturgia di Pauline Peyrade, tradotta da Paolo Bellomo, affonda le mani in una materia dolorosa senza mai cedere alla retorica o alla semplificazione morale.

La storia prende avvio da un fatto reale e disturbante: una bambina di undici anni che un tribunale francese ha riconosciuto consenziente a uno stupro. Diventata adulta, quella bambina sceglie di farsi giustizia da sola. Il racconto si muove costantemente su due piani temporali, il luna park dell’infanzia e la casa della donna adulta, luoghi diversi attraversati dalla stessa violenza, ma con ruoli invertiti. Nessun buono, nessun cattivo. Solo esseri umani intrappolati in meccanismi culturali e antropologici che generano abuso.

La forza dello spettacolo sta anche nella sua apparente contraddizione. È un lavoro durissimo, ma non pesante. Si guarda con una fruizione quasi ipnotica, per certi versi disturbante, che ricorda una pornografia emotiva più che visiva. Non c’è spettacolarizzazione della violenza, non c’è compiacimento nel dolore. Tutto è evocato attraverso gesti, intenzioni, suoni, parole che rimandano chiaramente a ciò che accade senza mostrarlo mai frontalmente. Proprio per questo l’impatto è ancora più profondo.

Fondamentale il lavoro sulle luci di Vincent Longuemare, maneggiate in scena dagli attori stessi come fossero parte integrante della narrazione. Le piantane trasformano lo spazio in un set fotografico instabile, disturbante, che obbliga il pubblico a occupare uno scomodo ruolo di voyeur. Si ha la sensazione di spiare il privato più privato, senza potersi sottrarre allo sguardo. Il sound design di Francesco Curci accompagna tutto con un tappeto sonoro basso, techno, pulsante, che scava sotto la pelle e sostiene la tensione senza mai sovrastarla.

I costumi di Angela Tomasicchio sono essenziali e perfettamente calibrati, mentre la regia di Lanera costruisce un non luogo che resta addosso anche dopo l’uscita dalla sala. Si entra in uno spettacolo che è già iniziato e lo si lascia continuare senza di noi. I personaggi restano lì, intrappolati nella loro violenza, mentre lo spettatore porta fuori il peso di ciò che ha visto.

Sul piano attoriale il lavoro è di altissimo livello. Danilo Giuva è preciso, inquietante, sempre credibile. Ma è Ermelinda Nasuto a colpire in modo particolare per una versatilità sorprendente. Il suo corpo cambia età, postura, intenzione in pochi istanti. È bambina e donna, vittima e carnefice, fragile e spietata, senza mai forzare, senza mai perdere verità. Un’interpretazione che dimostra un lavoro profondo, studiato, attraversato fino in fondo.

“Con la carabina”, produzione della Compagnia Licia Lanera e coproduzione di Polis Teatro Festival in collaborazione con Angelo Mai ed E Production, premiato con l’Ubu 2022 per la miglior regia e per il miglior testo straniero, è uno spettacolo che non offre consolazione. Non c’è catarsi, non c’è redenzione facile. Eppure, nel suo attraversare l’odio e la violenza, lascia emergere un messaggio sottile e potentissimo: la vita è certamente ciò che ci accade, ma soprattutto è come scegliamo di affrontarlo, di elaborarlo, di non restarne prigionieri.

La sala dello Spazio Diamante di Roma, gremita anche di addetti ai lavori e attori alla prima, ha restituito la misura di un lavoro necessario, che guarda la violenza da un punto di vista nuovo, umano, mai stereotipato. Non uno spettacolo da guardare con distanza, ma da attraversare. Come un incubo che era già iniziato e che, una volta usciti, continua a pulsare dentro.

Barbara Lalle

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